Va-et-vient
DOPPIA RIFLESSIONE
Prefazione ad una Fenomenologia degli aspetti soggettivi
dell’attività pratico-critica
“Quando il pensiero ha trovato la sua espressione corretta (...), che è raggiunta da una prima riflessione, allora avviene una seconda riflessione, che riguarda il rapporto tra la comunicazione ed il suo autore.”
—Kierkegaard, Post Scriptum alle “Briciole filosofiche”
Ouverture
“L’I.S. dovrà definirsi presto o tardi come terapeutica.”
—Internazionale Situazionista n. 8 (1963)
Ogni volta che un individuo riscopre la rivolta, si ricorda le esperienze precedenti che ha avuto di loro, gli tornano tutte in mente come bruschi ricordi d'infanzia.
Parto da questo fenomeno bene conosciuto: « Che il soggetto sprofondi nella follia, che pratichi la teoria o che partecipi ad una sommossa (...) i due poli della vita quotidiana – contatto con una realtà stretta e separata da una parte e contatto spettacolare colla totalità dall'altra – sono aboliti simultaneamente per fare spazio all'unità della vita individuale » (Voyer).
Ora, la follia ha i suoi inconvenienti, e non si dispone ogni giorno di una sommossa; ma la pratica della teoria è costantemente possibile. Perché quindi la teoria è così poco praticata ?
Ovviamente, c'è qua e là gente male informata che non la conosce ancora. Ma che cosa dire di coloro che la conoscono ? Di coloro che hanno scoperto che a dispetto delle proprie innegabili difficoltà, l'attività pratica critica è così spesso divertente, assorbente, significativa, esaltante, leggera – ciò che, dopo tutto, non è una cosa frequente – ; come si fa che dimentichino, che arrivino a derivare impercettibilmente da un progetto rivoluzionario, andando fino ad un punto di rimozione assoluta dei momenti di realizzazione che ci aveva trovato ?
Una persona non informata non mancherà di chiedersi perché ci impegniamo in questa strana attività. Ma ciò che deve sembrare strano a coloro che sanno perché, è che ci impegniamo così poco è così irregolarmente. I momenti di entusiasmo e di conseguenza reali ci vengono quasi esclusivamente per caso. Ci manca la coscienza del perché non abbiamo fatto quello che non abbiamo fatto.
Perché non ci rivoltiamo di più ?
Marx intende l'attività pratica critica come « attività umana sensibile », ma non la esamina in quanto tale, in quanto attività soggettiva.
I situazionisti capivano l'aspetto soggettivo della pratica come un'affare tattico. ( « La noia è contro-rivoluzionaria. ») Ponevano la questione giusta.
E gran tempo che esaminiamo l'attività stessa. In cosa consiste ? Cosa ci produce a noi che la produciamo ?
Mentre i sociologi studiano l'uomo nel suo comportamento «normale» cioè ridotto alla sopravvivenza, uno insieme di ruoli, di banalità – noi stiamo a studiare l'uomo quando agisce per sopprimere tutto ciò: l'Homo negans. « agendo sulla natura esterna per modificarla, modifica nello stesso tempo la propria natura» (Il Capitale).
I lavoratori stanno divenendo dei teorici e la pratica della teoria un fenomeno di massa. Perché intraprendere adesso questa indagine ? Perché, compagni, non è stata intrapresa finora ?
Il Teorico come soggetto e come ruolo.
Holmes: « la mia mente rifiuta qualsiasi stagnazione. Mi dia dei problemi, del lavoro, mi dia il crittogramma più oscuro e l'analisi più complessa, ed eccomi nell'atmosfera che mi conviene. Allora posso fare senza stimolanti artificiali. Ma odio la tetra routine dell'esistenza. Per ciò ho scelto questa professione particolare, anzi, l'ho creata, poiché sono l'unico al mondo della mia specie. (...) In tale circostanza, non chiedo alcun riconoscimento. In nessun giornale il mio nome figura. Il lavoro in sé stesso, il piacere di trovare un terreno per le mie capacità personali, sono mia più alta ricompensa. Ma voi stessi avete già una certa esperienza dei miei metodi di lavoro. »
Watson: « Infatti. E nulla mi ha mai tanto marcato. A un punto tale che li ho esposti in un piccolo opuscolo.
ARTHUR CONAN DOYLE, Il segno dei quattro.
L'alienazione del proletario consiste in questo: il suo lavoro ha sostanza ma è senza libertà; i suoi divertimenti hanno libertà ma non hanno sostanza. Non c'è commessa al suo gioco. (Da cui l'attrazione per tutti quanti « giochi pericolosi – giochi di fortuna, alpinismo, legione estera, etc ).
E' questa schizofrenia sociale, questa necessità disperatamente risentita di afferrare la propria azione, di fare qualche cosa che gli appartenga veramente, che inciti masse di personne a consacrarsi a mestieri artigianali o vandalismo, e che ne incita altri ancora a tentare di sopprimere la scissione attaccandosi alla separazione di modo unificato, impiegandosi ad un vandalismo coerente: il mestiere del negativo.
Quale sentimento procura questa attività ? Lettore, tu lo conosci, o al meno, ti è già capitato di provarlo. E' come quando condividi un segreto, o come quando riesci a giocare un bel tiro. Ma questo sentimento è respinto in margine alla vita perché la sua immagine possa accaparrarsi la scena. E finisce per essere dimenticato.
Ebbene, non vogliamo dimenticare. Una rivoluzione è il migliore scherzo che si possa fare ad una società che, quanto a lei, è una così brutta bugia.
Per condurre la mia organizzazione distinguo artificialmente degli aspetti inseparabili dall'attività rivoluzionaria. Per semplicità di espressione utilizzo il termine « teorico » – colui che pratica la teoria – nella ottica di analizzare un genero di attività di cui le modalità sono ad alcuni livelli abbastanza diversi di quelle di una fola di gente che si insorgano una bella mattina, senza averci pensato molto la vigilia. Mentre certi fenomeni analizzati qui sono comuni a tutti gli momenti dell'attività negatrice radicale, altri si trovano evidentemente oltrepassati al momento di una sommossa di massa. Questa Prefazione concerna principalmente la situazione del rivoluzionario in una situazione non rivoluzionaria.
La pratica della teoria comporta le proprie soddisfazioni, ma anche delle trappole particolari, che derivano dal suo sviluppo disuguale, dal suo rapporto disuguale con l’insieme del movimento rivoluzionario, e dal fatto che il teorico è un individuo represso come non importa che altra persona. Il movimento della storia è una forza alla quale è difficile di legarsi : ci si ubriaca di lucidità, ma si inebria altrettanto di illusioni.
La nostra fenomenologia sarà quindi allo stesso tempo una Patologia.
***
Il flash negativo è l'attività critica sequenziale concentrata generando una rottura orgastica più o meno continua dell'effetto di spettacolo. nello flash negativo (« flash » inteso nel senso di droga : una febbre eccitante che sta quasi impossibile da fare cadere), si produce una sorta di « caduta in cascata » dei blocchi ideologici; la distruzione di una illusione conduce ad esaminare le altre più vicino; la messa in cantiere di un progetto pratico ne suggerisce altri che lo coregono, lo rinforzano o allargano; le idee succedono alle idee di cadenza così velocemente che il teorico è sommerso, possesso, come un medium trasmettendo al movimento storico stesso il suo proprio oracolo. La complessità del mondo diventa tangibile, cristallina ; Vede gli posti della scelta storica. Mentre rompe colla passività abituale ed il commercio a muoversi storicamente alla velocità vertiginosa degli eventi, le sue gambe sono prese come lo sono le masse al momento insurrezionale.
(Una insurrezione è un flash negativo pubblico). Ma se queste masse non sono preparate per l'esplosione che minaccia violentemente la vecchia realtà e la «salute di spirito» che va assieme, hanno della compagnia nella loro crisi e possono così vedere che non gli è puramente personale, ma che è generale. Il teorico radicale, invece, deve essere preparato alle crisi personali che la comprensione e lo chiarimento della crisi generale della società possono iniziare in lui. Sui terreni ove sta ancora senza difesa, il teorico riscopre di nuovo delle alienazioni contro le quali si sono sviluppate delle difese parziali, religio-caratteriali. La forma commerciale ricompare ad ogni nuova stappa; la teoria del valore è visto come una teoria che ha del valore, ed il teorico come suo profeta. Un concetto rivoluzionario diventa la sua musa. Ne sta sperduto. E' il contrario del militante perché serve la sua dea con fervore. La situazione è ambigua. La teoria può correggere i suoi ecCessi mistificati o il teorico, nel suo infatuazione rischia di diventare completamente pazzo e di cadere in un narcisismo teorico.
Ci sono pure i flash negativi collettivi. L'incontro di progetti convergenti sviluppati parallelamente elimina le pietrificazioni, le esitazioni, le impasse rispettive, posta gli efori di ciascuno in una prospettiva più ampia e più precisa. Un solo incontro decisivo può, ad un momento dato, iniziare un verosimile fuoco d'artificio di attività sovversiva durante diversi giorni, una persona o un testo attendo come catalizzatore di un piccolo circolo di gente. Dei rapporti storici diventano dei rapporti personali. (« Quando si è sempre profondamente occupato si è al di sopra di tutto imbarazzo. ») I gusti disparati della sopravvivenza sono rilegati al fondo; tutti si scoprono un senso comune dell'umore (perché laddove c'è contraddizione, lo strampalato è pure presente). La baccanale è spesso molto contagiosa, propagando a quelli che ordinariamente non partecipano, il desiderio di andare al di sopra di un semplice godimento per intermediario.
Ma questo non dura. senza contare le innumerevoli entravi che pesano su questo sforzo, noi possiamo notare che ciò che genera la reazione in catena è meno una «massa critica» di una massa di critiche, un cozzo di sfide. Le favelli gioiscono dallo sfregamento di due poli indipendenti l'uno con l'altro. Quando i poli si assembrano, le cariche si neutralizzano in delle congratulazioni reciproche, la contraddizione è messa su un piedistallo e dimenticata, ed il gruppo scalpita;
tutto ciò che rimane in comune sono delle illusioni di una partecipazione collettiva, e dei ricordi
dell'epoca in cui non era illusoria.
***
Alla differenza della pura pretensione rivoluzionaria, il ruolo rivoluzionario è una illusione bene fondata. Non è una semplice idiozia che si può destramente schivare essendo sincero o modesta, è un prodotto oggettivo senza tregua generato dall'attività rivoluzionaria; è l'ombra che accompagna la realizzazione radicale, l'eventualità reazionaria, il rovescio interiore o esterno del positivo.
Il positivo è l'inerzia del negativo; Così, vediamo un'azione negatrice incisiva degenerare in militantismo (imitazione del negativo, pratica della ripetizione ), o un giudizio senza illusioni sulle proprie possibilità condurre ad un successo che, al suo turno, riconduce ad una nuova illusione sulle proprie capacità (megalomania rivoluzionaria). Lo spettacolo, scosso dallo negativo, reagisce cercando un nuovo punto di equilibrio, assorbendo il negativo come momento del positivo. Il ruolo rivoluzionario è la forma che prende lo stabilimento di questo equilibrio dall'individuo. Il carattere del rivoluzionario si trova rinforzato oggettivamente dallo spettacolo della sua opposizione allo spettacolo. Alzando il velo sulla falsa coscienza (ideologia, effetto di spettacolo), l'individuo del negativo si posta in contraddizione aperta coll'organizzazione stessa dell'incoscienza (carattere, capitale) e colla sua difesa di sciocco (armatura caratteriale, Stato). L'organizzazione dell'incoscienza si protegge alla maniera di una gomma che non scoppia : utilizza precisamente l'attività del negativo per colmare e rammendare gli intagli. Così come una classe dominante in mala postura può accordare qualche posto ministeriale a dei rivoluzionari, il carattere offre una migliore « situazione » nella quale il soggetto acquisisce un interesso psicologico al mantenimento dello statu-quo spettacolare-rivoluzionario. Per avere così bene colpito, l'insoddisfazione si trasforma in auto-soddisfazione. Ciò che era uno sforzo di liberazione personale diviene un ornamento della « personalità ». La politica forma il carattere.
(Ma niente scuse per la falsificazione. Non c'è niente più volgare che i futuri « teorici » che si lamentano – in un modo neo-dostoïevskienna piena d'indulgenza per loro-stessi – dei ruoli-trappola che la loro difficile posizione di teorici mette sulla loro strada. Si tratta semplicemente di toccare le basi oggettive che trascinano il ruolo o sostengono la pretensione per meglio cogliere il ruolo e per respingere più rapidamente il simulatore.)
E' a volte difficile farsi strada fra l'impiego del ruolo rivoluzionario per proteggersi dalla dialettica nella propria vita quotidiana. Si acpisce facilmente che un lavoratore desideri lasciare una separazione più grande possibile fra il suo lavoro ed i suoi sforzi per vivere. Ma l'imbarazzo del rivoluzionario traspare quando uno gli chiede: « Di cosa ti occupi insomma ?» Precisamente nella misura in cui non è un militante, non può appendere il suo « lavoro » nel guardaroba prima di dedicarsi al « piacere ». Qualcosa muore in lui ogni volta che tace la sua qualità di rivoluzionario. Dissimula una parte di egli stesso. E' una menzogna, una automutilazione, un tradimento. Ma invece, se si presenta come « rivoluzionario », una serie di nuovi problemi sorgono, senza tenere conto delle volgari incomprensioni che essa produce nei confronti del quidam ( che lo assimila subito ad un militante). Da cui la misera particolare dei rapporti amorosi in milieu siuazionista (oltre a tutte le miserie o quasi che gli individui di questo medio condividono con chiunque ): tentativi patetici e maldestri per fare nascere l'amore del cameratismo, o il cameratismo dell'amore; isolamento spettacolare come genere di personalità speciale e bizzarra, il fenomeno gruppie ad esempio, oppure l'effetto Pigmalione : il rivoluzionario scopre che il suo partner è l'immagine stessa – e soltanto l'immagine – della sua pratica e che la sua lode automatica di tutti i gesti suoi è l'incarnazione della debolezza e dell'auto-deprecazione che sé stesso odia tanto; ecc. In realtà, nei loro sforzi per alleare sostanza e passione nelle loro relazioni, i rivoluzionari vivono in miniatura il conflitto fra la crisi del vecchio ordine, ed i segni che annunciano il nuovo, segni che, lungo ancora, rimarranno necessariamente quasi esclusivamente iscritti in negativo. Le vecchie forme marginali del gioco separato, isolato – l'arte, la boema, l'amore romanzesco – sono sempre più escluse dalla pianificazione globale della vita, ciò che semplifica il problema creando altre complicazioni ad un altro livello: il dialogo si trova confrontato al fatto che deve preoccuparsi di sopprimere le condizioni che dappertutto sopprimano il dialogo. Il dialogo è rivoluzionario o non dura, e comincia a saperlo.
Il dietrismo, o la colonizzazione della teoria
“Scaccia il suo pensiero senza tenerne conto, semplicemente perché è suo. In ogni opera d’ingegneria riconosciamo i pensieri che abbiamo respinto; ci ritornano con una certa maestà alienata (...) Domani, uno straniero dirà con un buon senso magistrale ciò che precisamente non abbiamo cessato di pensare e di sentire, e saremo obbligati a ricevere con vergogna la nostra opinione dalla bocca di un altro.”
—Emerson, La fiducia in sé
In alcune corse (ad esempio ciclisti), il corridore che è davanti taglia il vento e crea un vuoto che aspira; se si riesce ad avvicinarsi sufficientemente vicino a lui, si avanza senza sforzo. Il dietrista è una persona che intrattiene una relazione simile con la teoria rivoluzionaria o con i teorici: ha un bel “avanzare”, si trova sempre nella scia degli altri.
Il rapporto dietrista è possibile soltanto in un contesto di creatività, di contenuto qualitativo. (A tal riguardo, l’analogia lineare con una “corsa” rischia di essere ingannevole.) Così, il fenomeno è conosciuto dagli scrittori che tentano di sbarazzarsi dell’influenza irresistibile del loro maestro e di trovare la “loro voce”; si produce anche nei multipli cambiamenti di formazione dei gruppi musicali, dove ciascuno lascia il gruppo per formare il suo, i cui nuovi membri, a loro volta, alcuni anni più tardi formeranno i loro propri gruppi. Dunque, il dietrismo non esiste nell’ambiente gauchiste in cui il qualitativo è assente e dove il rapporto capo-seguace, invece di essere considerato un problema, è piuttosto ricercato o, se questo rapporto è vagamente sentito come un problema, è più facile per quelli che si trovano in basso di sfuggirvi. (Non c’è bisogno di molto rispetto di sé per avvertire una manipolazione palese, o di molta iniziativa per rifiutarla, né di molta immaginazione per bypassare un milieu dove la penuria d’intelligenza è artificialmente conservata.) Il dietrismo è la “malattia del progresso” del settore più avanzato del movimento rivoluzionario. Più la teoria è corretta obiettivamente, più è forte la sua influenza sul dietrista.
La coscienza della pratica umana è essa stessa un genere di produzione umana, alla quale una folla di persone partecipa in vari modi ed a vari gradi di coscienza. La teoria espressa è soltanto un momento di questo processo, un prodotto raffinato delle lotte pratiche, una coscienza temporaneamente cristallizzata in una forma che sarà nuovamente infranta e riportata allo stato di materia prima per essere pronta ad altre battaglie. È soltanto nel mondo invertito dello spettacolo rivoluzionario che questo momento visibile della teoria sembra essere la teoria stessa, e che il suo articolatore immediato sembra essere il suo creatore.
L’alienazione del dietrista a profitto del mito della rivoluzione (e questo è il risultato della sua attività cosciente) si esprime così: più si appropria, meno è autonomo; più partecipa parzialmente, meno comprende le sue capacità di partecipare totalmente. Il dietrista mantiene un rapporto alienato con i prodotti della sua attività, sia che si alieni lui stesso nell’atto di produzione (la sua attività non è appassionata ma imposta, non è la soddisfazione di un desiderio di rivolta ma un semplice mezzo per soddisfare altri desideri, ad esempio, quello di essere riconosciuto dai suoi simili), sia che si alieni lui stesso tenendosi fuori dall’atto di produzione (la sua partecipazione tende fortemente verso l’aspetto distributivo(3) del processo).
Fondamentalmente, la coerenza è meno lo sviluppo della teoria o della pratica di un individuo che lo sviluppo del loro rapporto reciproco. Così, possiamo constatare che il dietrista soffre di uno squilibrio théorico-pratico: si impadronisce della teoria in proporzioni che non hanno rapporto con l’uso che ne fa, o si impegna in una pratica che è stata sempre iniziata da altri. La sua pratica è quella dell’appropriazione che arriva sempre troppo tardi. È al riparo dai rischi. Non scopre, è informato che tali libri sono essenziali, che tali rivolte sono state le più radicali, che tali persone sono degli ideologi, che si deve rompere per tali buone ragioni... Dovunque vada, qualcuno vi è già passato di lì. La teoria generale è il suo spettacolo personale. Ma è così tanto schiavo della teoria che più lo rende impotente, più egli avverte la necessità di proseguirla, sperando sempre che questa intuizione magica che gli permetterà finalmente di “comprendere” ciò che deve fare e come può farlo, si produrrà al termine del percorso. Ha tanto girato in questo circolo vizioso che se cade su un terreno dove nessuno lo ha preceduto, suppone che sia perché non era “abbastanza importante” — come se non ci fossero milioni di progetti sovversivi che valgano la pena, e di cui la maggior parte non è stata ancora neppure concepita. L’irradiazione della sovversione passata genera un’ortodossia rigorosa de facto a proposito di ciò che è la “pratica coerente”.
Il dietrismo è un problema organizzativo permanente della nostra epoca. Una persona localmente autonoma può benissimo essere dietrista in rapporto a tutto il movimento o in rapporto ai suoi teorici più chiaroveggenti. (In ultima analisi, il proletariato è collettivamente diterista in quanto lotta necessariamente per l’autogestione della sua teoria.) Generalmente parlando, la lettura pratica di un testo radicale è caratterizzata da un atteggiamento critico apparentemente quasi spietato verso ciò che può essere sfruttato di questo testo, ma che non presta alcuna attenzione al merito intrinseco di ciò che non può esserlo. Finché la sensazione seguente: “È formidabile! Ci sono molte cose là dentro che non conosco! Bisogna che mi metta a leggerlo tutto!”,” annuncia la colonizzazione nascente della teoria.
Ogni rivoluzionario deve fare i suoi errori, ma non serve a niente ripetere quelli che sono già stati fatti e superati da altri. Il problema è di scoprire continuamente un equilibrio tra l’appropriazione di certezze e l’esplorazione di nuovi terreni. Mi sembra che la concezione sia l’aspetto da cui meno può essere dispensato il dietrista che tenta di uscire dal suo circolo vizioso. Una volta che un progetto è scelto ed iniziato, consultare un testo o una persona è meno mistificante perché il punto di contatto è più stretto e più preciso.
È importante distinguere il dietrista, che si trova in una posizione difficile a causa del suo rapporto con gli altri rivoluzionari, dalla massa di parassiti-cortigiani che trovano semplicemente appassionante associarsi ai rivoluzionari, o almeno farlo sapere nel loro ambiente. Il parassita-cortigiano si immagina più avanzato delle masse perché la sua frequentazione più o meno accidentale di rivoluzionari gli permette di sapere da quale lato gira il vento. Vorrebbe apprezzare gli atti radicali degli altri esteticamente, come degli spettacoli migliori che quelli di cui dispone di solito. Dunque, anche come spettatore della rivoluzione, non vede tutto il processo delle contraddizioni e delle irregolarità della rivoluzione, ma soltanto i suoi ultimi risultati visibili. In questo senso, è lo spettatore non della rivoluzione, ma del suo recupero. Può ben vedere migliaia di persone nelle vie, ma non può ascoltare gli argomenti di milioni di conversazioni; se la rivoluzione non evolve in modo chiaro, lineare e cumulativo, proclama allora che non esiste più(4) (ed i peggiori tra i parassiti-cortigiani a tal riguardo sono i rivoluzionari pensionati). Il parassita-cortigiano non cerca di trasformare il mondo ma di arrivare a una riconciliazione con quelli che vogliono trasformarlo. Se i suoi comodi sono disturbati, si lagna del movimento rivoluzionario, esattamente come ci si lagnerebbe di una merce difettosa o di un politico che lo avrebbe denunciato, e crede di dare prova d’autonomia minacciando di ritirare il suo prezioso voto di fiducia. Il dietrista serio non esiterà a separarsi dai suoi migliori camerati se non vede un altro mezzo per sviluppare la sua autonomia; finché il parassita-cortigiano abbandona senza pensarci due volte tutte le sue pretese rivoluzionarie se si trova in un ambiente in cui queste non sono più di moda.
Come farsi degli amici ed influenzare la storia
“ ‘Come?’ voi domandate. È un capitolo abbastanza vasto, lo ammetto. E cercando di raccogliere materiali per riempirlo, dobbiamo prendere a prestito dei sentieri sinuosi ed incerti, giacché ciò dipende per molti di voi, dal vostro pubblico, dal vostro soggetto, dal vostro materiale, dalle vostre occasioni, ecc. Speriamo tuttavia che le proposte sperimentali discusse ed illustrate più in là vi siano utili e preziose.”
—Dale Carnegie, Come sviluppare la fiducia in sé
ed influenzare la gente con il discorso
L’eroe di un poema del Rinascimento scopre (sulla luna, credo) la dimora di tutte le cose perse nella storia, tutte le cose che sono state smarrite e mai trovate. Immaginate di andare a vedere, raccolti su una pila enorme, tutti i progetti situazionisti persi! È tuttavia probabile che per trovarli dovremmo proprio andare sulla luna, poiché, come osserva Swift: “i piagnucolii appassionati e le battute di spirito penose sono trasportate delicatamente, grazie alla loro leggerezza estrema (...) e (...) le ampollosità e le buffonerie che sono per natura sublimi e di scarso peso, salgono più in alto di tutto il resto.”
Quante volte abbiamo visto un progetto promettente, cominciato con entusiasmo, divenire noioso ed essere allora abbandonato? Quante volta abbiamo visto un progetto espandersi (ed un buon progetto ha quasi sempre la tendenza ad espandersi) al punto di dominare il suo iniziatore, al punto che quest’ultimo si trova completamente sprofondato nell’immensità del compito che si è imposto e finisce per rifiutare la totalità della sua esperienza, come un militante del P.C., completamente svuotato dopo gli anni trenta. Quanti non torneranno mai? Ahimè!
Certamente, è vero che nella maggior parte di questi casi non abbiamo probabilmente perso molto: come un teorico potrebbe condurre a termine i compiti organizzativi delle masse se non riesce ad organizzare il proprio lavoro in corso? Si crede realmente che si possa criticare l’economia se non si è realizzata l’economia della propria critica?
Occorre stabilire la morfologia del progetto unico. Ad esempio: concezione —> inizio —> espansione —> riorientamento —> sfrondamento —> attacco finale —> realizzazione —> ripercussioni; o forse anche: preliminari —> orgasmo —> rilassamento. Ed occorre certamente coltivare l’arte dell’interdipendenza dei progetti. Nonostante gli omaggi che sono di tanto in tanto resi a parole a Fourier, quante volte vediamo un rivoluzionario variare coscientemente la sua attività, scegliere due o tre tipi di progetti diversi per poter passare dall’uno all’altro secondo il suo umore? O scegliere un progetto per il suo valore educativo in modo tale che, come alcuni musicisti, scopre nello stesso tempo quanto comunica? O anche, ricercare accuratamente il rapporto ottimale di collaborazione/rivalità con i suoi compagni?
Non possiamo intervenire fra i lavoratori se non sappiamo come intervenire nel nostro lavoro. Gli agitatori devono essere agitati. “Preparate dei nuovi successi, per piccoli che siano, ma quotidiani.”
(Sì, noi possiamo prevedere che un competentismo sorgerà dalla divulgazione delle tecniche critiche (per esempio, si potrebbe veder diffondersi la capacità di redigere un volantino, grossolanamente “corretto”, in non importa quale occasione). Ma questa proliferazione distruggerà alla base la monopolizzazione di un’immagine situazionista per mezzo di una minoranza trascurabile di individui, cosa che dialetticamente provocherà il superamento qualitativo di questo cattivo uso.)
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“È difficile decidere se l’irresolutezza rende l’uomo più infelice o disprezzabile; e se è sempre più sconveniente prendere una decisione sbagliata, o non prenderne nessuna.”
—La Bruyère, I caratteri
L’alfa e l’omega della tattica rivoluzionaria, è la decisione. La decisione è la grande chiarificatrice: è lei che permette tutte le messe a punto. Come un raggio di sole che finisce per bucare un cielo coperto, la proposta concreta scioglie la nebbia della speculazione. Il metodo più semplice per l’individuazione delle cazzate è di osservare se le decisioni di un individuo lo spingono ad agire e se la sua azione lo spinge a prendere decisioni: “Ah, comprendo, pensi x: ciò che significa che farai y?” Panico! “Oh... no... oh, volevo soltanto dire che...”
Esaminiamo l’entusiasmo della conversione ad una religione o ad una mania: è il breve momento in cui si fa una scelta cosciente fra vari modi di sottomissione al dato. Si fa il grande passo e si decide di servire Cristo, di aderire ad un club o ad un gruppo politico. Tuttavia l’eccitazione è attribuita al contenuto della scelta.
La società mercantile contiene questa contraddizione: deve suscitare questi entusiasmi appassionati, allo stesso tempo per garantire il funzionamento regolare del mercato ideologico, e garantire la sopravvivenza psicologica dei suoi consumatori; ma gioca con il fuoco agendo in questo modo: una decisione può comportarne un’altra. La maggior parte dei rivoluzionari conseguenti possono risalire il corso della loro evoluzione fino ad un momento decisivo in cui si sono decisi — o, generalmente, sono caduti — riguardo un atto secondario ma concreto. Abbastanza spesso, esitavano, dubitavano di sé stessi, pensavano che ciò che facevano era forse da stupidi, ed in ogni caso poco importante. Ma retrospettivamente, ci si può spesso accorgere che quella conversazione, lettera, opuscolo, o non importa cosa, segnava un punto di partenza — dopo di ciò, niente fu più esattamente uguale. In realtà, l’imbarazzo e la mancanza di abilità sono praticamente il segnale che un individuo sta perdendo la sua verginità rivoluzionaria. Nella sovversione, si può partire da non importa dove. Ma il potere soggettivo dell’atto è proporzionale al grado di sovversione non soltanto di una situazione, ma anche della persona stessa come parte di questa situazione. Una lunga esperienza ha provato che la cosa più appassionante, e spesso anche più essenziale, è cominciare a criticare il ramo sul quale si è seduti. La pratica della teoria comincia da sé stessi.
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“In caso di dubbio far entrare un uomo, revolver in mano.”
—Raymond Chandler
La decisione è intervento, perturbazione, delimitazione. Ha un carattere arbitrario, aristocratico, dominatore. È la mediazione necessaria, l’argomento che si impone imponendosi a sé stesso. La decisione è la limitazione aggressiva: un atto è reso possibile dall’eliminazione di tutti gli altri atti possibili. Decidere è far intervenire un elemento limitativo arbitrario. (Le parole “decisione” e “concisione” vengono tutte e due dal latino: tagliare, recidere.)
L’elemento limitativo può anche essere accidentale. Basta semplicemente che la parte del caso sia calcolata. Le esperienze dei surrealisti erano generalmente poste sotto il segno di un abbandono dichiarato all’irrazionale ed all’imprevedibile — e questo equivale ad ammirare la sua impotenza. L’azione del caso è di per sé naturalmente conservatrice e tende a riportare tutto all’alternanza di un numero limitato di varianti ed all’abitudine. Il caso non è evocato qui per sé stesso, ma in quanto agente di contro-condizionamento. L’impiego sistematico del caso è un “ragionato disordine” del comportamento, secondo il principio che il decondizionamento non segue un strada diversa dal condizionamento stesso. In generale, un condizionamento dominato rivela la faccia nascosta del condizionamento dominante.
Viviamo dentro una nebbia così spessa che la distinguiamo appena — come pesci che provassero a comprendere “l’acqua” —; introduciamo una routine in più, una routine sufficientemente arbitraria perché possiamo distinguerla e conseguentemente modificarla come un fumatore che per smettere di fumare decide di sostituire all’inizio il tabacco con le caramelle. Avendo scoperto un feticcio, lo voltiamo contro sé stesso. Bruciare o deturnare le merci non avrebbe alcun senso per individui che non ne fossero dominati. Ma poiché siamo realmente stregati dalla merce spettacolo, possiamo trasformare l’incanto in contro-incanto, il feticcio in talismano. L’anti-estetica anti-manipolatrice del deturnamento non ha un’altra base: meno un’immagine è magica, meno possiede autorità per manipolare l’osservatore (nel caso-limite, la comunicazione trae esclusivamente il suo potere dalla sua verità); più un’immagine è magica, più l’autorità già esistente è utilizzata per denunciare le condizioni che potevano rendere possibile tale manipolazione. Non ci resta altro da aggiungere se non che il deturnamento non è fatto per demistificare soltanto gli altri.
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“Niente chiarisce meglio un caso quanto l’esporlo a qualcun altro.”
—Sherlock Holmes
“La cosa più facile è giudicare ciò che ha contenuto e solidità; già più difficile è afferrarli; ma più difficile ancora è riunirli entrambi e farne la somma”, come diceva Georg Hegel, qualche tempo fa, in un’altra prefazione ad un’altra Fenomenologia. È ben noto che il semplice fatto di buttare giù una questione sulla carta e provarvi a rispondere, può sovente aiutare a sbrogliare una matassa di confusioni. (Ad esempio: “Quali sono gli ostacoli che incontro attualmente in questo progetto?” “Qual è la mia posizione rispetto a quella teoria? o rispetto a quella persona?” “Qual è il ruolo di questa o quell’ideologia nella società presa nel suo insieme?” “Quali sono le scelte che si offrono ora?” Il segreto risiede in parte nella chiarificazione intrinseca che deriva dalla concentrazione su una questione precisa(5), ed in parte nella demistificazione soggettiva che proviene dall’oggettivazione del problema: “esprimendo” (oggettivando) i dati, si effettua un “distanziamento” che permette meglio di venire alle prese con il problema (ammettendo che si tratti di qualcosa con cui si possa venire alle prese). Questo processo di oggettivazione è l’elemento essenziale dell’efficacia soggettiva reale di tutte le religioni, terapie ed altri programmi di “perfezionamento di sé” (come, ad esempio, la confessione ad un sacerdote o ad uno psicoanalista).
La pratica della teoria si preoccupa meno delle vittorie — le vittorie si prendono cura da sé — che dei problemi. Si tratta meno di trovare delle soluzioni che di sollevare dei problemi validi e di porli correttamente. Essa ricerca legami, incroci, scelte che “facciano la differenza”. Lo scopo della sovversione non è di confondere le cose ma di chiarirle — ed è precisamente ciò che fa piombare lo spettacolo dominante in una tale confusione. Se la sovversione ci sembra estranea lo è soltanto perché questo mondo è realmente estraneo a noi. Al contrario della pubblicità, l’ “arte che dissimula l’arte”, il deturnamento è l’arte che rivela la sua arte, che spiega come è giunta lì e perché non può restarvi.
Ponendo le vere questioni, forziamo le polarizzazioni più radicali, e inseriamo il dialogo ad un livello più elevato. È ciò che fa la nostra “influenza sproporzionata” che rende i nostri nemici pazzi furiosi. La nostra strategia è una sorta di “disfattismo rivoluzionario” — incitiamo al rigore ed alla pubblicità, anche se si applicano in primo luogo contro di noi. Il nostro metodo consiste nell’esporre i nostri metodi; la nostra forza viene dal fatto che sappiamo come far contare i nostri errori.
Se il teorico possiede qualche influenza, la esercita precisamente a provocare il deperimento di questo stato di cose. In questo senso, deturna sé stesso, deturna la sua posizione de facto. Democratizza tutto ciò che lo separa realmente dagli altri proletari (metodi, conoscenze specializzate) e demistifica le separazioni apparenti (le sue realizzazioni sono la prova non delle sue capacità stupefacenti, ma delle capacità stupefacenti del movimento rivoluzionario della sua epoca). Gli piacerebbe che le sue teorie si impadronissero delle masse, che facessero corpo con la teoria propria delle masse. Ma, ancora più importante, cerca di fare in modo che anche la sconfitta delle sue teorie contribuisca alla progressione del movimento che le ha provate e trovate insufficienti. Anche se la sua teoria della pratica sociale fallisce, desidera che la maniera in cui pratica socialmente la teoria sia a sua volta esemplare in sé stessa, ed istruttiva per il modo in cui espone al grande giorno l’avanzamento di questa teoria.
Va bene superare, ma è ancora meglio incitare al prorpio superamento!
Essendo la pratica della teoria la pratica della chiarezza, qualsiasi individuo che si dica rivoluzionario dovrebbe essere capace di definire in che cosa consista la sua attività: ciò che ha fatto, ciò che sta facendo, ciò che si propone di fare. Questa è una base minima assoluta, senza la quale qualsiasi discussione sulla teoria, la tattica, ecc., è soltanto uno sproloquio inutile. Dirsi rivoluzionario per meno di questo è un insulto — non si dovrebbe mai dover indovinare se qualcuno sta dicendo cazzate, quali siano le possibilità che compia ciò che ha vagamente promesso di fare.
La teoria è la “vera confessione” che il proletariato fa a sé stesso in modo permanente, l’incantesimo che esorcizza i falsi problemi per porre quelli veri. Soltanto, il proletariato può “esprimere sé stesso” soltanto nella lotta per i mezzi d’espressione. Quale che sia la diversità soggettiva di milioni di miserie distinte e contradittorie, la soluzione è unitaria ed oggettiva perché la diversità della miseria è mantenuta con mezzi unitari ed oggettivi. Per il proletariato, “fare la somma” delle sue condizioni è inseparabile dal regolare i suoi conti con tutto ciò che, e tutti coloro che, le mantengono.
Il deturnamento affettivo: alternativa alla sublimazione
“Ed ho giocato dei begli scherzi alla follia.”
—Rimbaud, Una stagione all’inferno
Il principale difetto di tutte le psicanalisi — anche quella di Reich — è di considerare la nevrosi, o il carattere, come un fenomeno separato, e dunque ammettere implicitamente (anche come ideale inaccessibile) la possibilità di un “individuo sano” all’interno della società attuale. Ma attaccare il carattere nell’isolamento è un tentativo destinato al fallimento, perché il carattere non funziona nell’isolamento. Per la maggior parte, se vengono dissolte, le formazioni caratteriali non fanno che ricostituirsi in una forma leggermente diversa; la sola alternativa è la pazzia o la morte. Il carattere è la miserabile difesa del mondo contro la sua miseria. L’esigenza di dissolvere le difese caratteriali è l’esigenza di dissolvere le condizioni contro le quali abbiamo bisogno di difese. Non ci sono psicanalisi rivoluzionarie, c’è soltanto un uso rivoluzionario della psicanalisi.
Generalmente si ammette da molto tempo che l’attività politica è spesso soltanto una povera compensazione al fallimento personale. Ma è anche vero che la nostra attività “personale” nell’insieme è soltanto una povera compensazione al fallimento rivoluzionario. Una rimozione rafforza una repressione. La fissazione caratterologica tende a riprodursi sotto forma di fissazione ideologica, e viceversa. Un blocco personale rafforza un blocco teorico. L’ideologia è una difesa contro la soggettività, ed il carattere una difesa contro la pratica della teoria.
Una persona che tenta di criticare qualcuno o qualcosa che prima rispettava, ad esempio, avvertirà spesso le resistenze edipiche classiche, come se fosse sul punto di uccidere suo padre; dubbi su di sé, senso di colpa, esitazioni, finendo per sgonfiarsi all’ultimo momento. Osservate quanto è frequente che una persona che ha fatto una critica perfettamente giusta, si senta costretta ad aggiungere delle scuse: “Sono spiacente, l’ho fatto perché ne ero costretto; ora proverò a rimediare a questo apportando un contributo positivo.”
deternamento affettivo: attività critica doppiamente-riflessa soggettivamente, cioè interazione cosciente tra l’attività critica ed il comportamento affettivo; orientamento di un sentimento, di una passione, ecc., verso il suo oggetto appropriato, verso la sua espressione realizzabile ottimale.
La nozione di deturnamento affettivo è indissolubilmente legata al riconoscimento degli effetti soggettivi del lavoro del negativo, ed all’affermazione di un comportamento ludico-distruttivo, cosa che la oppone in ogni punto alle posizioni classiche della psicanalisi o del misticismo.
Al livello più semplice, il comportamento affettivo e l’attività critica possono essere opposti uno all’altro, l’uno manipolato in rinforzo all’altro, senza che ci sia nessuna relazione particolare, diretta, tra loro (o, almeno, non una relazione cosciente). In ragione dell’interconnessione delle rimozioni e delle repressioni, quando il soggetto rompe una costrizione, una fissazione o un feticcio, i due poli della mistificazione politica — empirismo ed utopismo — vengono indeboliti simultaneamente per fare posto alla padronanza pratica degli eventi. L’effetto di spettacolo è rotto, dissolvendo l’apparenza d’ineluttabile impotenza o, il che è lo stesso, la nebbia dei molteplici progetti “possibili” che non saranno mai realizzati.
Reich notava che quando la sua analisi raggiungeva un punto sensibile, il paziente poteva far risalire alla superficie un abbondante materiale finora respinto — come trappola, come distrazione superficiale, come un’ “offerta di corruzione” dell’analista. Ho scoperto che si può sistemare la propria “auto-analisi” in un modo tale da gratificarsi di quest’ “offerta”, nelle forme di una energia e di una lucidità storica temporaneamente accresciute. Il carattere prevarrà; ma si può sottoporlo ad un ricatto, fargliela pagare mettendolo al supplizio.
Per contro, alcuni brevi interventi sovversivi possono essere intrapresi in modo un po’ arbitrario o volontaristico, con la semplice intenzione di evadere del solco in cui ci si è avviati.
In modo più diretto, e dunque più complesso, il contenuto di un affetto può essere collegato al contenuto dell’attività critica, la loro “interazione” si trasforma allora da ostacolo inconsciente in alleanza cosciente.
Il deturnamento affettivo non pretende di realizzare le passioni, né di distruggere definitivamente le frustrazioni. Mentre la sublimazione sostituisce una realizzazione su un piano in cambio di una non-realizzazione su un altro — sostituzione caratterizzata dalla rimozione del desiderio originale — il deturnamento affettivo proclama apertamente che alla sua origine vi è il desiderio frustrato. Benché il suo scopo sia di restituire colpo su colpo ciò che causa la frustrazione, è d’altra parte distinto da ogni sindrome di vendetta (fissazione sull’oggetto odiato che elimina anche il desiderio originale) per il fatto che il soggetto domina: l’oggetto particolare dell’aggressione (se ne ce n’è uno) è considerato come un puro mezzo.
Quest’amore perduto, questo sogno che si conclude troppo presto — tutte le occasioni mancate sono altrettanti fatti che richiedono di essere storicamente corretti. Per riprendere una definizione che è stata applicata al cubismo poetico, il deturnamento affettivo è una “dissociazione ed una nuova combinazione di elementi, cosciente e deliberata”, la giustapposizione di un affetto e di un progetto rivoluzionario andando fino al punto di superamento di uno o dei due elementi iniziali. Il superamento può essere una semplice negazione — un esorcismo degli aspetti disfattisti dell’affetto o del progetto — o può essere una questione più positiva d’arricchimento reciproco. È soltanto attraverso una perversione spettacolare che il desiderio può essere visto come una cosa che semplicemente “arrivi” a qualcuno, che sia la presentazione unilaterale di un oggetto fisso ad una persona, che non deve che aspettare di “averne” il desiderio. L’espressione “concepire un desiderio” contiene l’idea che l’individuo partecipi allo sviluppo dei suoi desideri. Ogni possibilità realizzata esige di essere realizzata ancora di più. Donando una compagnia storica al vecchio desiderio, il deturnamento affettivo ne genera un nuovo.
Nulla è più prevedibile del recupero delle nostre tecniche, sotto forma di sessioni di incontro, ad esempio, o di happening, dedicate alla terapia “anti-caratteriale” e poste in una “prospettiva radicale”. (Sarebbe una forma più pura e meno diffusa dell’ideologia che si cerca attualmente nei tentativi di “terapia radicale” o di “cultura alternativa”, ideologia che spiega la popolarità enorme di Reich i cui lavori vengono più o meno coscientemente considerati come l’anello mancante nella ricerca di un riformismo psico-sociale realizzabile.) Basta dire che non è cambiando noi stessi che cambieremo il mondo — illusione che trova la sua verità nell’impresa stalinista della “costruzione della società socialista” mediante la costruzione dell’ “uomo socialista” (secondo il modello di Procuste). Colui che dichiari che un migliore funzionamento del suo essere è una vittoria rivoluzionaria non procura che della pubblicità per il sistema. Il deturnamento affettivo rompe con la nozione di cura permanente. O la rimozione riappare — come sfruttamento o come sintomo modificati — o non è mai scomparsa: chi pretende una liberazione fondamentale all’interno della società mercantile proclama la sua fondamentale compatibilità con la reificazione. Illusione della permanenza o permanenza dell’illusione.
Tutte le tecniche sono permesse, e non soltanto la psicanalisi: occorre soltanto che partano da una comprensione demistificata della totalità e che contengano la loro critica. Il deturnamento affettivo è una battaglia continua e disincantata nelle condizioni di doppio potere permanente nell’individuo.
Dormienti destatevi
Le forze che vogliono sopprimerci devono inizialmente comprenderci — e così facendo crollano. L’incoscienza stessa dello spettacolo lo pone già fino ad un certo punto a nostra disposizione: come se bruscamente avessimo le città per noi soli, come un bambino che corre fra le rovine calme di una tela di De Chirico. Quando deturnate un film, una pubblicità, un edificio, una stazione di metropolitana, demistificate la loro apparente inviolabilità; per un momento li dominate; non sono che dei semplici oggetti, della tecnologia. Ma è proprio vero? Non avete l’impressione di sentirvi un po’ come a casa fra loro?
Mettere davanti l’immagine della lotta di classe che ci presenta come separati dallo spettacolo, cede di fronte al nemico senza che noi vi ci siamo misurati, perché questa immagine ci separa dalla nostra essenza. Lo spettacolo non è soltanto l’immagine della nostra alienazione, è anche la forma alienata delle nostre aspirazioni reali. Da cui la sua influenza su di noi. Le immaginazioni compensative traggono il loro potere delle nostre immaginazioni reali. Di conseguenza, nessun puritanesimo verso lo spettacolo. Non è un “semplice” feticcio; è anche un feticcio reale, il che vuol dire che è realmente magico, è realmente una “fabbrica di sogni”, espropria realmente l’avventura umana. La passione di Maldoror esprime perfettamente l’atteggiamento ambivalente da assumere verso lo spettacolo: abbracciarlo teneramente e francamente e durante questo tempo, dopo una carezza innamorata e delicata, strappargli il cuore.
Sperimentiamo ancora nell’oscurità. L’arma più potente che la società possiede è la sua capacità a di impedirci di scoprire le armi che noi possediamo già — le loro istruzioni per l’uso. Dobbiamo praticare un’ “analisi delle resistenze” sulla società stessa, interpretando soprattutto non il suo contenuto, ma le sue resistenze “all’interpretazione”. Ogni azione sovversiva è sperimentale, come il gesticolare di un bambino a moscacieca. È facendo la storia che si impara a comprenderla; è giocando contro il sistema che si scoprono le proprie debolezze, là dove reagisce. In ultima analisi, è questo che è realmente questione nella “deriva”: siamo sicuri che sia una coincidenza che la critica moderna dell’urbanismo e dello spettacolo sia nata dalle ricerche “psicogeografiche” degli anni cinquanta? Si impara più precisamente come il sistema opera osservando come opera sui suoi più precisi nemici.
Il movimento rivoluzionario è un laboratorio che provvede ai suoi materiali. Tutte le alienazioni vi riappaiono in una forma concentrata. I suoi fallimenti sono altrettanti filoni che celano i minerali più preziosi. Il suo principale compito è sempre quello di esporre la sua miseria, che sarà continuamente presente, sia nella forma di semplici ricadute nella miseria dominante del vecchio mondo che combatte, sia in quella delle nuove miserie create dai suoi stessi successi stessi. Questo sarà sempre il “presupposto di ogni critica”. Quando il dialogo si sarà armato, potremo tentare le nostre possibilità sul terreno del positivo. Fino a quel momento, il successo di un gruppo rivoluzionario è triviale o pericoloso. Seguendo in ciò la produzione mercantile, dobbiamo apprendere a forgiare organizzazioni di cui sia prevista “l’obsolescenza”. La rivoluzione perde tutte le sue battaglie, eccetto l’ultima. Il nostro scopo deve essere di fallire chiaramente, ogni volta, a molte e molte riprese. Tutto ciò che è frammentario ha il suo posto di riposo, il suo posto nello spettacolo. Ma la critica che vuole finirla con il Grande Sonno non deve poter “trovare da nessuna parte il riposo”.
Siate crudeli con il vostro passato e con coloro che vorrebbero trattenervici.
KEN KNABB
Maggio 1974
[NOTE]
1. L’individuo folle scopre questa “unità della vita individuale” al prezzo del non-intervento. Si pone lui stesso fuori dalla storia, al di là di ogni possibilità di collaborazione. Occorre del metodo nella nostra pazzia.
2. nostra: La “Fenomenologia” non è un libro che farò apparire. Il suo sviluppo è uno dei compiti proletari globali del decennio prossimo. Per il momento, non siamo per così dire giunti che al punto di provare a descriverne l’insieme dei contenuti. I prossimi episodi (studi in profondità, casi di studio, altre prefazioni, critiche di questa qui presente) saranno fatte da... chi?
3. “Ma, prima di essere distribuzione dei prodotti, è distribuzione: 1) strumenti di produzione, e 2) (e questa è un’altra determinazione dello stesso rapporto) distribuzione dei membri della società tra i vari tipi di produzione (subordinazione degli individui a rapporti di produzione determinati). La distribuzione dei prodotti è manifestamente soltanto il risultato di questa distribuzione, che è inclusa nel processo di produzione stesso e determina la struttura della produzione.” (Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica.)
4. “E’ ridicolo, in effetti! E che la storia sia ricca di cose così ridicole! Si ripetono in tutti i periodi critici. Non vi è nulla di stupefacente! Si tratta del passato, si vede tutto con un occhio favorevole, si riconosce la necessità dei cambiamenti e delle rivoluzioni che hanno avuto luogo; tuttavia, ci si oppone con tutti i mezzi alla loro applicazione alla situazione presente. Per miopia e pigrizia, si trasforma il presente in eccezione alla norma.” (Feuerbach, Principi della filosofia del futuro.)
5. “La discussione di queste prospettive conduce a porre la questione: In quale misura l’I.S. è un movimento politico? (...) Il dibattito raggiunge una certa confusione. Debord propone, per individuare chiaramente l’opinione della Conferenza, che ciascuno risponda per iscritto ad un questionario che chiede se si ritenga che ci siano delle ‘forze nella società sulle quali l’I.S. può appoggiarsi? Quali forze? In quali condizioni?’ ” (La Quarta Conferenza dell’I.S. a Londra (settembre 1960), in I.S. n. 5.)
DOUBLE-RÉFLEXION
Préface à une Phénoménologie
de l’aspect subjectif de l’activité pratique-critique
“Quand la pensée a trouvé son expression correcte, ce qui est atteint par une première réflexion, alors vient une seconde réflexion, qui est relative au rapport entre la communication et son auteur.”
—Kierkegaard, Post Scriptum aux “Miettes philosophiques”
Ouverture
“L’I.S. devra se définir tôt ou tard comme thérapeutique.”
—Internationale Situationniste no 8 (1963)
Chaque fois qu’un individu redécouvre la révolte, il se rappelle les expériences précédentes qu’il a eues d’elle, elles lui reviennent toutes comme de brusques souvenirs d’enfance.
Je pars de ce phénomène bien connu: “Que le sujet sombre dans la folie, qu’il pratique la théorie ou qu’il participe à une émeute (...) les deux pôles de la vie quotidienne — contact avec une réalité étroite et séparée d’une part et contact spectaculaire avec la totalité d’autre part — sont abolis simultanément pour faire place à l’unité de la vie individuelle” (Voyer).
Or, la folie a ses inconvénients(1) et on ne dispose pas tous les jours d’une émeute; mais la pratique de la théorie est constamment possible. Pourquoi, alors, la théorie est-elle si peu pratiquée?
Bien sûr, il y a ça et là des gens mal renseignés qui ne la connaissent pas encore. Mais que dire de ceux qui la connaissent? De ceux qui ont découvert qu’en dépit de ses indéniables difficultés, l’activité pratique-critique est si souvent drôle, absorbante, significative, exaltante, amusante — ce qui, après tout, n’est pas chose courante — ; comment se fait-il qu’ils oublient, qu’ils en viennent à dériver imperceptiblement du projet révolutionnaire, allant jusqu’à un point de refoulement absolu des moments de réalisation qu’ils y avaient trouvés?
Une personne non avertie ne manquera pas de se demander pourquoi nous nous engageons dans cette étrange activité. Mais ce qui doit paraître étrange à ceux qui savent pourquoi, c’est que nous nous y engagions si peu et si irrégulièrement. Les moments d’enthousiasme et de conséquence réels nous viennent presque exclusivement par hasard. Il nous manque la conscience de pourquoi nous n’avons pas fait ce que nous n’avons pas fait. Pourquoi ne nous révoltons-nous pas plus?
Marx comprend l’activité pratique-critique comme “activité humaine sensible”, mais il ne l’examine pas en tant que telle, en tant qu’activité subjective.
Les situationnistes comprenaient l’aspect subjectif de la pratique comme une affaire tactique. (“L’ennui est contre-révolutionnaire.”) Ils posaient la bonne question.
Il est grand temps que nous examinions cette activité elle-même. En quoi consiste-t-elle? Que nous produit-elle à nous qui la produisons? Alors que les sociologues étudient l’homme dans son comportement “normal” — c’est-à-dire réduit à la survie, une somme de rôles, de banalités — nous allons étudier l’homme lorsqu’il agit pour supprimer tout cela: l’Homo negans. “En agissant sur la nature extérieure pour la modifier, il modifie en même temps sa propre nature” (Le Capital).
Les travailleurs sont en train de devenir des théoriciens et la pratique de la théorie un phénomène de masse. Pourquoi entreprendre maintenant cette investigation? Pourquoi, camarades, n’a-t-elle pas été entreprise jusqu’à maintenant?
Le théoricien comme sujet et comme rôle
HOLMES: “Mon esprit refuse la stagnation. Donnez-moi des problèmes, du travail, donnez-moi le cryptogramme le plus obscur ou l’analyse la plus complexe, et me voilà dans l’atmosphère qui me convient. Alors je puis me passer de stimulants artificiels. Mais je déteste la morne routine de l’existence. C’est pourquoi j’ai choisi cette profession particulière, ou plutôt, pourquoi je l’ai créée, car je suis le seul au monde de mon espèce. (...) En pareil cas, je ne demande aucune reconnaissance. Mon nom ne figure dans aucun journal. Le travail en lui-même, le plaisir de trouver un terrain pour mes capacités personnelles, sont ma plus haute récompense. Mais vous-même avez déjà une certaine expérience de mes méthodes de travail.”
WATSON: “En effet. Et jamais rien ne m’a tant frappé. À tel point que je les ai exposées dans une petite brochure.”
—Arthur Conan Doyle, Le signe des quatre
L’aliénation du prolétaire consiste en ceci: son travail a de la substance mais il est sans liberté; ses loisirs ont de la liberté mais ils n’ont pas de substance. Ce qu’il fait de conséquent ne lui appartient pas, ce qu’il fait qui lui appartient est sans conséquence; il n’y a pas de mise à son jeu. (D’où l’attrait pour tous les “jeux dangereux” — jeux de hasard, alpinisme, légion étrangère, etc.)
C’est cette schizophrénie sociale, ce besoin désespérément ressenti de saisir leur propre action, de faire quelque chose qui leur appartienne vraiment, qui incite des masses de gens à s’adonner à des métiers artisanaux ou au vandalisme; et qui en incite d’autres encore à tenter de supprimer la scission en s’attaquant à la séparation de façon unifiée, en s’adonnant à un vandalisme cohérent: le métier du négatif.
Quel sentiment procure cette activité? Lecteur, tu le connais — ou du moins, il t’est déjà arrivé de l’éprouver. C’est comme lorsque tu partages un secret ou comme lorsque tu réussis à jouer un bon tour. Mais ce sentiment est repoussé en marge de la vie pour que son image puisse accaparer l’avant-scène. Et il finit par être oublié.
Eh bien, nous ne voulons pas oublier. Une révolution est la meilleure plaisanterie que l’on puisse faire à une société qui, elle, est une si mauvaise blague.
Pour mener mon investigation je distingue artificiellement des aspects inséparables de l’activité révolutionnaire. Pour la simplicité de l’expression j’utilise le terme “théoricien” — celui qui pratique la théorie — en vue d’analyser un genre d’activité dont les modalités sont à certains égards assez différentes de celles d’une foule de gens qui s’insurgent un beau matin, sans y avoir beaucoup réfléchi la veille. Alors que certains phénomènes analysés ici sont communs à tous les moments de l’activité négatrice radicale, d’autres se trouvent évidemment dépassés au moment d’une émeute de masse. Cette Préface concerne principalement la situation du révolutionnaire dans une situation non-révolutionnaire.
La pratique de la théorie comporte ses satisfactions particulières, mais aussi ses pièges particuliers, qui résultent de son développement inégal, de son rapport inégal à l’ensemble du mouvement révolutionnaire, et du fait que le théoricien est un individu refoulé comme n’importe quelle autre personne. Le mouvement de l’histoire est une force à laquelle il est redoutable de se lier: on se soûle de lucidité, mais on s’enivre aussi vite d’illusions.
Notre(2) Phénoménologie sera donc en même temps une Pathologie.
* * *
Le flash négatif est l’activité critique séquentielle concentrée engendrant une rupture orgastique plus ou moins continue de l’effet de spectacle. Dans le flash négatif (“flash” étant compris dans le sens de la drogue: une fièvre excitante qu’il est presque impossible de faire tomber), se produit une sorte “d’effondrement en cascade” des blocages idéologiques; la destruction d’une illusion conduit à examiner les autres de plus près; la mise en chantier d’un projet pratique en suggère d’autres qui le corrigent, le renforcent ou l’élargissent; les idées succèdent aux idées à une cadence si rapide que le théoricien est submergé, possédé, comme un médium transmettant au mouvement historique lui-même son propre oracle; la complexité du monde devient tangible, cristalline; il voit les endroits du choix historique. Alors qu’il rompt avec la passivité habituelle et commence à se mouvoir historiquement à la vitesse vertigineuse des événements, ses jambes sont emportées comme le sont les masses au moment insurrectionnel. (Une insurrection est un flash négatif public.) Mais si ces masses ne sont pas préparées pour l’explosion qui menace violemment la vieille réalité et la “santé d’esprit” qui va avec, elles ont de la compagnie dans leur crise et peuvent ainsi voir qu’elle ne leur est pas purement personnelle, mais qu’elle est générale. Le théoricien radical, par contre, doit être préparé aux crises personnelles que la compréhension et l’éclaircissement de la crise générale de la société peuvent déclencher en lui. Sur des terrains où il est encore sans défense, le théoricien redécouvre à nouveau des aliénations contre lesquelles ont été développées des défenses partielles, religio-caractérielles. La forme marchande réapparaît à chaque nouvelle étape; la théorie de la valeur est vue comme une théorie qui a de la valeur, et le théoricien comme son prophète. Un concept révolutionnaire devient sa muse. Il en est éperdu. Il est le contraire du militant car il sert sa déesse avec ferveur. La situation est ambiguë. La théorie peut corriger ses excès mystifiés ou bien le théoricien, dans son engouement, risque de devenir complètement dingue et de sombrer dans un narcissisme théorique.
Il y a aussi des flashes négatifs collectifs. La rencontre de projets convergents développés parallèlement élimine les pétrifications, les hésitations, les impasses respectives, place les efforts de chacun dans une perspective plus large et plus précise. Une seule rencontre décisive peut, à un moment donné, déclencher un véritable feu d’artifice d’activité subversive pendant plusieurs jours, une personne ou un texte agissant comme catalyseur d’un petit cercle de gens. Des rapports historiques deviennent des rapports personnels. (“Quand on est toujours profondément occupé on est au-dessus de tout embarras.”) Les goûts disparates de la survie sont relégués à l’arrière-plan; tous se découvrent un sens commun de l’humour (car là où il y a contradiction, le cocasse est aussi présent). La bacchanale est souvent très contagieuse, propageant à ceux qui ordinairement ne participent pas, le désir d’aller au-delà d’une simple jouissance par intermédiaire.
Mais cela ne dure pas. Sans compter les innombrables entraves objectives qui pèsent sur ce genre d’effort, nous pouvons noter que ce qui engendre la réaction en chaîne est moins une “masse critique” qu’une masse de critiques, un choc de défis. Les étincelles jaillissent du frottement de deux pôles indépendants l’un contre l’autre. Lorsque les pôles s’assemblent, les charges se neutralisent dans des félicitations réciproques, la contradiction est mise sur un piédestal et oubliée, et le groupe piétine; tout ce qui reste en commun sont des illusions d’une participation collective, et des souvenirs de l’époque où elle n’était pas illusoire.
* * *
À la différence de la pure prétention révolutionnaire, le rôle révolutionnaire est une illusion bien fondée. Ce n’est pas une simple bêtise qu’on peut adroitement esquiver en étant sincère ou modeste, c’est un produit objectif sans cesse engendré par l’activité révolutionnaire; c’est l’ombre qui accompagne la réalisation radicale, l’éventualité réactionnaire, le retour de bâton intérieur ou extérieur du positif.
Le positif est l’inertie du négatif. Ainsi, nous voyons une action négatrice incisive dégénérer en militantisme (imitation du négatif, pratique de la répétition) ou un jugement sans illusion sur ses possibilités conduire à un succès qui, lui-même, reconduit à une nouvelle illusion sur ses capacités (mégalomanie révolutionnaire). Le spectacle, secoué par le négatif, réagit en cherchant un nouveau point d’équilibre, absorbant le négatif comme moment du positif. Le rôle révolutionnaire est la forme que prend le rétablissement de cet équilibre chez l’individu. Le caractère du révolutionnaire se trouve renforcé objectivement par le spectacle de son opposition au spectacle. En levant le voile de fausse conscience (idéologie, effet de spectacle), l’individu du négatif se place en contradiction ouverte avec l’organisation même de l’inconscience (caractère, capital) et avec sa défense de choc (armure caractérielle, État). L’organisation de l’inconscience se protège à la manière d’un pneu increvable: elle utilise précisément l’activité du négatif pour colmater et repriser les entailles. Tout comme une classe dominante en mauvaise posture peut accorder quelques postes ministériels à des révolutionnaires, le caractère offre une “meilleure situation” dans laquelle le sujet acquiert un intérêt psychologique au maintien du statu quo spectactulaire-révolutionnaire. Pour avoir si bien frappé, l’insatisfaction se transforme en autosatisfaction. Ce qui était un effort de libération personnelle devient un ornement de la “personnalité”. La politique forme le caractère.
(Mais pas d’excuses pour le trucage. Il n’y aura rien de plus vulgaire que de futurs “théoriciens” déplorant — d’une manière néo-dostoïevskienne pleine d’indulgence pour eux-mêmes — les rôles-pièges que leur difficile position de théoriciens place sur leur route. Il s’agit simplement de saisir les bases objectives qui engendrent le rôle ou soutiennent la prétention pour mieux attraper le rôle et pour rejeter plus vite le simulateur.)
Il est parfois difficile de se frayer un chemin entre l’emploi du rôle révolutionnaire pour résoudre ses problèmes individuels, et l’emploi du rôle de non-révolutionnaire pour se protéger contre la dialectique dans sa vie quotidienne. On comprend aisément qu’un travailleur désire laisser une séparation aussi grande que possible entre son travail et ses efforts pour vivre. Mais l’embarras du révolutionnaire transparaît chaque fois qu’on lui demande: “De quoi t’occupes-tu au juste?” Précisément dans la mesure où il n’est pas un militant, il ne peut laisser son “travail” au vestiaire avant de se consacrer au “plaisir”. Quelque chose meurt en lui chaque fois qu’il tait sa qualité de révolutionnaire. Il dissimule une part de lui-même. C’est un mensonge, une automutilation, une trahison. Mais par contre, s’il se présente comme “révolutionnaire”, une série de nouveaux problèmes surgissent, sans tenir compte des grossières mécompréhensions auxquelles cela donne lieu chez un étranger (qui l’assimile aussitôt à un militant). D’où la misère particulière des rapports amoureux en milieu situationniste (en plus de toutes les misères ou presque que les individus de ce milieu partagent avec n’importe qui): tentatives pathétiques et maladroites pour faire naître l’amour de la camaraderie, ou la camaraderie de l’amour; isolement spectaculaire comme genre de personnalité spécial et fantasque (ex.: le phénomène groupie); effet pygmalion (le révolutionnaire découvre que son partenaire est l’image même — et seulement l’image — de sa pratique et que sa louange automatique de tous ses gestes est l’incarnation de la faiblesse et de l’auto-dépréciation qu’il déteste tant lui-même); etc. En fait, dans leurs efforts pour allier substance et passion dans leurs relations, les révolutionnaires vivent en miniature le conflit entre la crise du vieil ordre et les signes qui annoncent le nouveau, signes qui, pour longtemps encore, resteront nécessairement presque exclusivement inscrits en négatif. Les vieilles formes marginales de jeu séparé, isolé — l’art, la bohème, l’amour romanesque — sont de plus en plus exclues par la planification globale de la vie, ce qui simplifie le problème en créant de nouvelles complications à un autre niveau: le dialogue se trouve confronté au fait qu’il doit se soucier de supprimer les conditions qui partout suppriment le dialogue. Le dialogue est révolutionnaire ou il ne dure pas, et il commence à le savoir.
Le derrièrisme, ou la colonisation par la théorie
“Il chasse sa pensée sans en tenir compte, simplement parce que c’est la sienne. Dans chaque oeuvre de génie nous reconnaissons les pensées que nous avons rejetées; elles nous reviennent avec une certaine majesté aliénée. (...) Demain, un étranger dira avec un bon sens magistral ce que précisément nous n’avons pas cessé de penser et de ressentir, et nous serons obligés de recevoir honteusement notre opinion de la bouche d’un autre.”
—Emerson, “La confiance en soi”
Dans certaines courses (par exemple cyclistes), le coureur qui est devant coupe le vent et crée un vide qui aspire; si l’on parvient à se rapprocher suffisamment de lui, on progresse sans effort. Le derrièriste est une personne qui entretient un rapport similaire avec la théorie révolutionnaire ou les théoriciens: il a beau “avancer”, il se retrouve toujours dans le sillage des autres.
Le rapport derrièriste n’est possible que dans un contexte de créativité, de contenu qualitatif. (À cet égard, l’analogie linéaire avec une “course” risque d’être trompeuse.) Ainsi, le phénomène est connu des écrivains qui tentent de se débarrasser de l’influence irrésistible de leur maître et de trouver “leur propre voix”; il se produit aussi dans les multiples changements de formation des groupes musicaux, où chacun quitte le groupe pour former le sien, dont les nouveaux membres, à leur tour, quelques années plus tard formeront leurs propres groupes. Donc, le derrièrisme n’existe pas dans le milieu gauchiste où le qualitatif est absent et où le rapport leader-suiveur, loin d’être considéré comme un problème, est plutôt recherché ou, si ce rapport y est vaguement ressenti comme un problème, il est plus aisé à ceux qui sont en bas d’y échapper. (Il n’est pas besoin de beaucoup de respect de soi pour ressentir une manipulation patente, de beaucoup d’initiative pour la refuser, ni de beaucoup d’imagination pour devancer un milieu où la pénurie d’intelligence est artificiellement entretenue.) Le derrièrisme est la “maladie du progrès” du secteur le plus avancé du mouvement révolutionnaire. Plus la théorie est correcte objectivement, plus est forte son emprise sur le derrièriste.
La conscience de la pratique humaine est elle-même un genre de production humaine, à laquelle une foule de gens participent de différentes façons et à des degrés variables de conscience. La théorie exprimée est seulement un moment de ce processus, un produit affiné des luttes pratiques, une conscience momentanément cristallisée dans une forme qui va être de nouveau brisée et ramenée à l’état de matière première pour livrer d’autres batailles. C’est seulement dans le monde inversé du spectacle révolutionnaire que ce moment visible de la théorie parait être la théorie elle-même, et que son articulateur immédiat paraît être son créateur.
L’aliénation du derrièriste au profit du mythe de la révolution (ce qui est le résultat de sa propre activité semi-consciente) s’exprime ainsi: plus il s’approprie, moins il est autonome; plus il participe partiellement, moins il comprend ses capacités à participer totalement. Le derrièriste se tient dans un rapport aliéné aux produits de son activité, soit qu’il s’aliène lui-même dans l’acte de production (son activité n’est pas passionnée mais imposée, elle n’est pas la satisfaction d’un désir de révolte mais un simple moyen de satisfaire d’autres désirs, par exemple, celui d’être reconnu par ses semblables), soit qu’il s’aliène lui-même en se tenant hors de l’acte de production (sa participation tend fortement vers l’aspect distributif(3) du processus).
Fondamentalement, la cohérence est moins le développement de la théorie ou de la pratique d’un individu que le développement de leur rapport mutuel. Ainsi, nous pouvons constater que le derrièriste souffre d’un déséquilibre théorico-pratique: il s’empare de la théorie dans des proportions sans rapport avec l’usage qu’il en fait, ou il s’engage dans une pratique qui a toujours été initiée par d’autres. Sa pratique est celle de l’appropriation qui arrive toujours trop tard. Il est à l’abri des risques. Il ne découvre pas, il est informé que tels livres sont essentiels, que telles révoltes ont été les plus radicales, que telles personnes sont des idéologues, qu’on doit rompre pour telles bonnes raisons... Où qu’il aille, quelqu’un est déjà passé par là. La théorie générale est son spectacle personnel. Mais il est tellement esclave de la théorie que plus elle le rend impuissant, plus il ressent le besoin de la poursuivre, espérant toujours que cet aperçu magique qui lui permettra finalement de “comprendre” ce qu’il doit faire et comment il peut le faire, va se produire au bout de la rue. Il a tant tourné dans ce cercle vicieux que s’il tombe sur un terrain où personne ne l’a précédé, il suppose que c’est parce que ce n’était pas “assez important” — comme s’il n’y avait pas des millions de projets subversifs qui vaillent la peine, et dont la plupart n’ont même pas encore été conçus. Le rayonnement de la subversion passée engendre une étroite orthodoxie de facto à propos de ce qu’est la “pratique cohérente”.
Le derrièrisme est un problème organisationnel permanent de notre époque. Une personne localement autonome peut fort bien être derrièriste par rapport à l’ensemble du mouvement ou par rapport à ses théoriciens les plus clairvoyants. (En dernière analyse, le prolétariat est collectivement derrièriste en tant qu’il lutte nécessairement pour l’autogestion de sa propre théorie.) Généralement parlant, la lecture pratique d’un texte radical est caractérisée par une attitude critique apparemment quasi-impitoyable envers ce qui peut être piqué dans ce texte, mais qui ne prête aucune attention au mérite intrinsèque de ce qui ne peut pas l’être. Tandis que le sentiment suivant: “C’est formidable! Il y a un tas de choses là-dedans que je ne connais pas! Il faut que je me mette à lire tout cela!”, annonce la colonisation naissante par la théorie.
Chaque révolutionnaire doit faire ses propres erreurs, mais il ne rime à rien de répéter celles qui ont déjà été faites et surmontées par d’autres. Le problème est de constamment découvrir un équilibre entre l’appropriation de certitudes et l’exploration de nouveaux terrains. Il me semble que la conception est l’aspect dont peut le moins se dispenser le derrièriste qui tente de sortir de son cercle vicieux. Une fois qu’un projet est choisi et entamé, il est moins mystifiant de consulter un texte ou une personne parce que le point de contact est plus étroit et plus précis.
Il est important de distinguer le derrièriste, qui se trouve dans une position difficile à cause de son rapport aux autres révolutionnaires, de la masse de parasites-courtisans qui trouvent tout bonnement passionnant de s’associer avec des révolutionnaires, ou du moins de le faire savoir dans leur entourage. Le parasite-courtisan se figure qu’il est plus avancé que les masses parce que sa fréquentation plus ou moins accidentelle de révolutionnaires lui permet de savoir de quel côté tourne le vent. Il voudrait apprécier les actes radicaux des autres esthétiquement, comme de meilleurs spectacles que ceux dont on dispose ordinairement. Donc, même comme spectateur de la révolution, il ne voit pas tout le processus des contradictions et des irrégularités de cette révolution, mais seulement ses derniers résultats visibles. En ce sens, il est le spectateur non de la révolution, mais de sa récupération. Il peut bien voir des milliers de personnes dans les rues, mais il ne peut pas entendre les sujets de millions de conversations; si la révolution n’évolue pas de façon claire, linéaire et cumulative, il proclame alors qu’elle n’existe plus(4) (et les pires des parasites-courtisans à cet égard sont les révolutionnaires retraités). Le parasite-courtisan ne cherche pas à transformer le monde mais à parvenir à une réconciliation avec ceux qui veulent le transformer. Si sa complaisance est dérangée, il se plaint du mouvement révolutionnaire, exactement comme il se plaindrait d’une marchandise défectueuse ou d’un politicien qui l’aurait trahi, et il croit faire preuve d’autonomie en menaçant de lui retirer son précieux vote de confiance. Le derrièriste sérieux n’hésitera pas à se séparer de ses meilleurs camarades s’il ne voit pas d’autre moyen de développer son autonomie; tandis que le parasite-courtisan abandonne sans plus y penser toutes ses prétentions révolutionnaires s’il se trouve dans un milieu où celles-ci ne sont pas à la mode.
Comment se faire des amis et influencer l’histoire
“Comment?” vous demandez-vous. C’est un chapitre assez vaste, je l’admets. Et en s’efforçant de récolter des matériaux pour le remplir, nous devons emprunter des chemins détournés et douteux, car cela dépend pour beaucoup de vous, de votre auditoire, de votre sujet, de votre matériau, de votre occasion, etc. Nous espérons cependant que les propositions expérimentales discutées et illustrées plus loin vous seront utiles et précieuses.”
—Dale Carnegie, Comment développer la confiance
en soi et influencer les gens par le discours
Le héros d’une fantaisie de la Renaissance découvre (sur la lune, je crois) la demeure de toutes les choses perdues de l’histoire, toutes les choses qui ont été égarées et jamais retrouvées. Imaginez que nous allions voir, regroupés sur une énorme pile, tous les projets situationnistes perdus! Il est toutefois probable que pour les retrouver nous devrions aussi aller sur la lune, car, ainsi que Swift l’observe: “Les pleurnicheries passionnées et les bons mots minables sont transportés doucement, grâce à leur extrême légèreté (...) et (...) les boursouflures et les bouffonneries qui sont par nature sublimes et de peu de poids, montent plus haut que tout le reste.”
Combien de fois avons-nous vu un projet prometteur, commencé avec enthousiasme, devenir ennuyeux et être alors abandonné? Combien de fois avons-nous vu un projet s’élargir (et un bon projet a presque toujours tendance à s’élargir) au point qu’il domine son créateur, au point que celui-ci est complètement enlisé dans l’immensité de la tâche qu’il s’est imposée et qu’il finit par refouler la totalité de son expérience, comme un militant du P.C., complètement vidé après les années trente? Combien ne reviendront jamais? Hélas!
Bien sûr, il est vrai que dans la plupart de ces cas nous n’avons probablement pas raté grand-chose: comment un théoricien pourrait-il mener à bien les tâches organisationnelles des masses s’il ne peut organiser son propre travail en cours? Croit-on vraiment que l’on puisse critiquer l’économie si l’on n’a pas réalisé l’économie de sa critique?
Il nous faut établir la morphologie du projet unique. Par exemple: conception —> commencement —> élargissement —> réorientation —> élagage —> attaque finale —> réalisation —> répercussions; ou peut-être même: avant-plaisir —> orgasme —> relaxation. Et il nous faut certainement cultiver l’art de l’interdépendance des projets. Malgré les hommages qui sont de temps en temps rendus en paroles à Fourier, combien de fois voyons-nous un révolutionnaire varier consciemment son activité, sélectionner deux ou trois genres de projets différents pour pouvoir passer de l’un à l’autre selon son humeur? Ou choisir un projet pour sa valeur éducative de telle manière que, comme certains musiciens, il découvre dans le même temps qu’il communique? Ou encore, rechercher soigneusement le ratio optimal de collaboration/rivalité avec ses camarades?
Nous ne pouvons intervenir parmi les travailleurs si nous ne savons pas comment intervenir dans notre propre travail. Les agitateurs doivent être agités. “Préparez de nouveaux succès, si petits soient-ils, mais quotidiens.”
(Oui nous pouvons prévoir qu’un capablisme va naître de la popularisation des techniques critiques (par exemple, on pourrait voir se répandre la capacité de rédiger un tract, en gros “correct”, à n’importe quelle occasion). Mais cette prolifération détruira à la base la monopolisation d’une image situationniste par une infime minorité d’individus, ce qui dialectiquement provoquera le dépassement qualitatif de ce mauvais usage.)
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“Il est difficile de décider si l’irrésolution rend l’homme plus malheureux que méprisable; de même s’il y a toujours plus d’inconvénient à prendre un mauvais parti, qu’à n’en prendre aucun.”
—La Bruyère, Les Caractères
L’alpha et l’oméga de la tactique révolutionnaire, c’est la décision. La décision est le grand clarificateur: c’est elle qui permet toutes les mises au point. Comme un rayon de soleil qui finit par percer un ciel couvert, la proposition concrète dissout le brouillard de la spéculation. La méthode la plus simple pour le dépistage des conneries est d’observer si les décisions d’un individu l’entraînent à agir et si son action l’entraîne à prendre des décisions: “Ah, je comprends, tu penses x : ce qui signifie que tu vas faire y ?” Panique! “Euh... non... euh, je voulais seulement dire que...”
Examinons l’enthousiasme de la conversion à une religion ou à une manie: c’est le bref instant où est fait un choix conscient parmi différents modes de soumission au donné. On fait le grand pas et décide de servir le Christ, d’adhérer à un club ou à un groupe politique. Pourtant l’excitation est imputée au contenu du choix.
La société marchande contient cette contradiction: elle doit susciter ces enthousiasmes passionnés, à la fois pour garantir le bon fonctionnement du marché idéologique, et pour maintenir la survie psychologique de ses consommateurs; mais elle joue avec le feu en agissant ainsi: une décision peut en entraîner une autre. La plupart des révolutionnaires conséquents peuvent remonter le cours de leur évolution jusqu’à un moment décisif où ils se sont déterminés — ou, le plus souvent, sont tombés — sur un acte mineur mais concret. Assez souvent, ils hésitaient, doutaient d’eux-mêmes, pensaient que ce qu’ils faisaient était peut-être stupide, et en tous cas insignifiant. Mais rétrospectivement, on peut fréquemment s’apercevoir que telle conversation, lettre, tract, ou n’importe, marquait un point de départ — après cela, rien ne fut plus exactement pareil. En fait, l’embarras et la maladresse sont presque le signe qu’un individu est en train de perdre sa virginité révolutionnaire. Dans la subversion, on peut partir de n’importe où. Mais le pouvoir subjectif de l’acte est proportionnel au degré de subversion non pas seulement d’une situation, mais aussi de la personne elle-même en tant que partie de cette situation. Une longue expérience a prouvé que le plus passionnant, et souvent même le plus essentiel, est de commencer par critiquer la branche sur laquelle on est assis. La pratique de la théorie commence chez soi.
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“En cas de doute faire entrer un homme, revolver en main.”
—Raymond Chandler
La décision est intervention, perturbation, délimitation. Elle a un caractère arbitraire, aristocratique, dominateur. C’est la médiation nécessaire, le sujet s’imposant en s’imposant à lui-même. La décision est la limitation agressive: un acte est rendu possible par l’élimination de tous les autres actes possibles. Décider c’est faire intervenir un élément limitatif arbitraire. (Les mots “décision” et “concision” viennent tous deux du latin: couper.)
L’élément limitatif peut même être accidentel. Il suffit simplement que la part de hasard soit calculée. Les expériences des surréalistes étaient généralement placées sous le signe d’un abandon déclaré à l’irrationnel et à l’imprévisible — ce qui équivaut à admirer sa propre impuissance. En elle-même, l’action du hasard est naturellement conservatrice et tend à tout ramener à l’alternance d’un nombre limité de variantes et à l’habitude. Le hasard n’est pas évoqué ici pour lui-même, mais en tant qu’agent de contre-conditionnement. L’usage systématique du hasard est un “raisonné dérèglement” du comportement, selon le principe que le déconditionnement ne suit pas d’autre chemin que le conditionnement lui-même. En général, un conditionnement dominé dévoile la face cachée du conditionnement dominant.
Nous vivons dans un brouillard si épais que nous le discernons à peine — comme des poissons qui essayeraient d’appréhender “l’eau” — ; introduisons une routine de plus, une routine suffisamment arbitraire pour que nous puissions la distinguer et conséquemment la modifier tout comme un fumeur qui pour cesser de fumer décide de remplacer au début le tabac par des bonbons. Ayant découvert un fétiche, retournons-le contre lui-même. Brûler ou détourner les marchandises n’aurait aucun sens pour des gens qu’elles ne domineraient pas. Mais puisque nous sommes réellement ensorcelés par la marchandise spectacle, nous pouvons transformer le charme en contre-charme, le fétiche en talisman. L’anti-esthétique anti-manipulatrice du détournement n’a pas d’autre fondement: moins une image est magique, moins elle possède d’autorité pour manipuler l’observateur (dans le cas-limite, la communication tire exclusivement son pouvoir de sa propre vérité); plus une image est magique, plus l’autorité déjà existante est utilisée pour dénoncer les conditions qui pouvaient rendre possible une telle manipulation. Il nous reste à ajouter que le détournement n’est pas fait pour démystifier seulement les autres.
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“Rien n’éclaircit mieux une affaire que de l’exposer à quelqu’un d’autre.”
—Sherlock Holmes
“Le plus facile est de juger ce qui a du contenu et de la solidité; il est déjà plus difficile de le saisir; mais plus difficile encore est de réunir les deux et d’en faire la somme”, comme le disait Georges Hegel, il y a quelque temps, dans une autre préface à une autre Phénoménologie. Il est bien connu que le simple fait de coucher une question sur le papier et d’essayer d’y répondre, peut souvent aider à démêler un écheveau de confusions. (Par exemple: “Quels sont les obstacles que je rencontre actuellement dans ce projet?” “Quelle est ma position par rapport à cette théorie? par rapport à cette personne?” “Quel est le rôle de telle ou telle idéologie dans la société prise dans son ensemble?” “Quels sont les choix qui s’offrent maintenant?” Le secret réside en partie dans la clarification intrinsèque résultant de la concentration sur une question précise(5), et en partie dans la démystification subjective qui provient de l’objectivation du problème: en “exprimant” (objectivant) les données, on effectue une “distanciation” qui permet de mieux en venir aux prises avec le problème (en admettant qu’il s’agisse de quelque chose avec quoi on puisse en venir aux prises). Ce processus d’objectivation est l’élément essentiel de l’efficacité subjective réelle de toutes les religions, thérapies et autres programmes de “perfectionnement de soi” (comme, par exemple, la confession à un prêtre ou à un psychanalyste).
La pratique de la théorie se soucie moins des victoires — les victoires s’entretiennent d’elles-mêmes — que des problèmes. Il s’agit moins de trouver des solutions que de soulever les bonnes questions et de bien les poser. Elle recherche les liens, les recoupements, les choix qui “font la différence”. Le but de la subversion n’est pas de confondre les choses mais de les clarifier — et c’est précisément ce qui plonge le spectacle dominant dans une telle confusion. Si la subversion semble étrangère c’est seulement parce que ce monde est vraiment étranger. À l’inverse de la publicité, cet “art qui dissimule l’art”, le détournement est l’art qui révèle son propre art, qui explique comment il est venu là et pourquoi il ne peut y rester.
En formulant les véritables questions, nous forçons les polarisations les plus radicales, et plaçons ainsi le dialogue à un niveau plus élevé. C’est ce qui fait notre “influence disproportionnée” qui rend nos ennemis fous-furieux. Notre stratégie est une sorte de “défaitisme révolutionnaire” — nous incitons à la rigueur et à la publicité, même si elles s’appliquent en premier lieu contre nous. Notre méthode consiste à exposer nos propres méthodes; notre force vient de ce que nous savons comment faire compter nos erreurs.
Si le théoricien possède quelque influence, il l’exerce précisément à provoquer le dépérissement de cet état de choses. Dans ce sens, il se détourne lui-même, il détourne sa propre position de facto. Il démocratise tout ce qui le sépare réellement des autres prolétaires (méthodes, connaissances spécialisées) et démystifie les séparations apparentes (ses réalisations sont les preuves non pas de ses capacités étonnantes, mais des capacités étonnantes du mouvement révolutionnaire de son époque). Il aimerait que ses théories s’emparent des masses, qu’elles fassent corps avec la propre théorie des masses. Mais, plus important encore, il tente de faire en sorte que même la défaite de ses théories contribue à la progression du mouvement qui les a éprouvées et trouvées insuffisantes. Même si sa théorie de la pratique sociale échoue, il désire que la manière dont il pratique la théorie socialement soit à la fois exemplaire en elle-même, et instructive par la façon dont elle expose au grand jour le cheminement de cette théorie.
Il est bon de dépasser, mais il est encore meilleur d’inciter à son propre dépassement!
La pratique de la théorie étant la pratique de la clarté, tout individu qui se dit révolutionnaire devrait être capable de définir en quoi consiste son activité: ce qu’il a fait, ce qu’il est en train de faire, ce qu’il se propose de faire. Ceci est une base minimale absolue, sans laquelle toute discussion sur la théorie, la tactique, etc., n’est qu’un verbiage inutile. Se dire révolutionnaire à moins est une insulte — on ne devrait jamais avoir à deviner si quelqu’un déconne, quelles sont les chances qu’il accomplisse ce qu’il a vaguement promis qu’il ferait. La théorie est la “véritable confession” que le prolétariat se fait à lui-même en permanence, l’incantation qui exorcise les faux problèmes afin de poser les vrais. Seulement, le prolétariat ne peut “s’exprimer lui-même” que dans la lutte pour les moyens d’expression. Quelle que soit la diversité subjective de millions de misères distinctes et contradictoires, la solution est unitaire et objective parce que la diversité de la misère est maintenue par des moyens unitaires et objectifs. Pour le prolétariat, “faire la somme” de ses propres conditions est inséparable de régler ses comptes avec tout ce qui, et tous ceux qui, les maintiennent.
Le détournement affectif: alternative à la sublimation
“Et j’ai joué de bons tours à la folie.”
—Rimbaud, Une saison en enfer
Le principal défaut de toutes les psychanalyses — y compris celle de Reich — est de considérer la névrose, ou le caractère, comme un phénomène séparé, et donc d’admettre implicitement (même en tant qu’idéal inaccessible) la possibilité d’un “individu sain” à l’intérieur de la société actuelle. Mais attaquer le caractère dans l’isolement est une tentative vouée à l’échec, parce que le caractère ne fonctionne pas dans l’isolement. Pour la plupart, si elles sont dissoutes, les formations caractérielles ne font que se reconstituer sous une forme légèrement différente; la seule alternative est la folie ou la mort. Le caractère est la misérable défense du monde contre sa propre misère. L’exigence de dissoudre les défenses caractérielles est l’exigence de dissoudre les conditions contre lesquelles nous avons besoin de défenses. Il n’y a pas de psychanalyse révolutionnaire, il y a seulement un usage révolutionnaire de la psychanalyse.
Il est communément admis depuis longtemps que l’activité politique n’est bien souvent qu’une pauvre compensation à l’échec personnel. Mais il est également vrai que notre activité “personnelle” dans son ensemble n’est qu’une pauvre compensation à l’échec révolutionnaire. Un refoulement renforce une répression. La fixation caractérologique tend à se reproduire sous forme de fixation idéologique, et vice versa. Un blocage personnel renforce un blocage théorique. L’idéologie est une défense contre la subjectivité, et le caractère une défense contre la pratique de la théorie.
Une personne qui tente de critiquer quelqu’un ou quelque chose qu’elle respectait auparavant, par exemple, ressentira souvent les résistances oedipiennes classiques, comme si elle était sur le point de tuer son père; doute de soi, culpabilité, hésitation, et elle finit par se dégonfler au dernier moment. Remarquez combien il est fréquent qu’une personne ayant fait une critique parfaitement juste, se sente obligée d’y ajouter des excuses: “Je suis désolé, je l’ai fait parce que j’y étais obligé; maintenant je vais tâcher de rattraper cela en apportant une contribution positive.”
détournement affectif: activité critique doublement-réfléchie subjectivement, c’est-à-dire interaction consciente entre l’activité critique et le comportement affectif; orientation d’un sentiment, d’une passion, etc., vers son objet approprié, vers son expression réalisable optimale.
La notion de détournement affectif est indissolublement liée à la reconnaissance des effets subjectifs du travail du négatif, et à l’affirmation d’un comportement ludique-destructif, ce qui l’oppose en tous points aux positions classiques de la psychanalyse ou du mysticisme.
Au niveau le plus simple, le comportement affectif et l’activité critique peuvent être opposés l’un à l’autre, l’un manipulé en renfort de l’autre, sans qu’il y ait là aucune relation particulière, directe, entre eux (ou, du moins, pas une relation consciente). En raison de l’interconnexion des refoulements et des répressions, lorsque le sujet brise une contrainte, une fixation ou un fétiche, les deux pôles de la mystification politique — empirisme et utopisme — sont affaiblis simultanément pour faire place à la saisie pratique des événements. L’effet de spectacle est rompu, dissolvant l’apparence d’impuissance inéluctable ou, ce qui revient au même, la brume des multiples projets “possibles” qui ne seront jamais réalisés.
Reich notait que lorsque son analyse atteignait un point sensible, le patient pouvait faire remonter à la surface un matériel abondant jusqu’ici refoulé — en tant que piège, en tant que distraction superficielle, comme un “pot-de-vin” ou une “offre de corruption” de l’analyste. J’ai découvert que l’on peut arranger son “auto-analyse” de telle sorte que l’on se gratifie soi-même de cette “offre”, sous la forme d’une énergie et d’une lucidité historique temporairement accrues. Le caractère l’emportera; mais on peut le soumettre au chantage, le lui faire payer en le mettant au supplice.
Inversement, certaines brèves interventions subversives peuvent être entreprises d’une façon un peu arbitraire ou volontariste, dans la simple intention de se tirer de l’ornière où l’on s’est enfoncé.
D’une manière plus directe, et donc plus complexe, le contenu d’un affect peut être relié au contenu de l’activité critique, leur “interaction” se transformant alors d’une entrave inconsciente en une alliance consciente.
Le détournement affectif ne prétend pas réaliser les passions, ni détruire définitivement les frustrations. Tandis que la sublimation substitue une réalisation sur un plan en échange d’une non-réalisation sur un autre — substitution caractérisée par le refoulement du désir originel — le détournement affectif proclame ouvertement qu’à son origine il est désir frustré. Bien que son but soit de rendre coup pour coup à ce qui cause la frustration, il est par ailleurs distinct de tout syndrome de vengeance (fixation sur l’objet détesté qui élimine également le désir originel) par le fait que le sujet domine: l’objet particulier de l’agression (s’il y en a un) est considéré comme un pur moyen.
Cet amour perdu, ce rêve qui se termine trop tôt — toutes les occasions manquées sont autant de faits qui demandent à être historiquement corrigés. Pour reprendre une définition qui a été appliquée au cubisme poétique, le détournement affectif est une “dissociation et une nouvelle combinaison d’éléments, consciente et délibérée”, la juxtaposition d’un affect et du projet révolutionnaire allant jusqu’au point de dépassement de l’un ou des deux éléments initiaux. Le dépassement peut être une simple négation — un exorcisme des aspects défaitistes de l’affect ou du projet — ou il peut être une question plus positive d’enrichissement mutuel. C’est seulement à travers une perversion spectaculaire que le désir peut être vu comme une chose qui simplement “arrive” à quelqu’un, qu’il est la présentation unilatérale d’un objet fixe à une personne, qui n’a plus qu’à attendre d’en “avoir” le désir. L’expression “concevoir un désir” contient l’idée que l’individu participe au développement de ses propres désirs. Chaque possibilité réalisée exige de l’être encore plus. En donnant une compagnie historique à l’ancien désir, le détournement affectif en engendre un nouveau.
Rien n’est plus prévisible que la récupération de nos techniques, sous forme de séances de rencontre, par exemple, ou de séances de happening, consacrées à la thérapie “anti-caractérielle” et placées dans une “perspective radicale”. (Ce serait une forme plus pure et moins diffuse de l’idéologie qui se cherche actuellement dans les tentatives de “thérapie radicale” ou de “culture alternative”, idéologie qui explique l’énorme popularité de Reich dont les travaux sont plus ou moins consciemment considérés comme comblant une lacune dans la recherche d’un réformisme psycho-social viable.) Il suffit de dire que ce n’est pas en nous changeant nous-mêmes que nous changerons le monde — illusion qui trouve sa vérité dans l’entreprise stalinienne de “construction de la société socialiste” par la construction de “l’homme socialiste” (selon la méthode procrustéenne). Celui qui déclare qu’un meilleur fonctionnement de son être est une victoire révolutionnaire ne fait rien que de la publicité pour le système. Le détournement affectif rompt avec la notion de guérison permanente. Ou bien le refoulement réapparaît — comme exploitation ou comme symptôme modifiés — ou bien il n’a jamais disparu: qui prétend à une libération fondamentale à l’intérieur de la société marchande proclame sa propre compatibilité fondamentale avec la réification. Illusion de la permanence ou permanence de l’illusion.
Toutes les techniques sont permises, et pas uniquement la psychanalyse: il faut seulement qu’elles partent d’une compréhension démystifiée de la totalité et qu’elles contiennent leur propre critique. Le détournement affectif est une bataille continue et désabusée dans les conditions du double pouvoir permanent dans l’individu.
Dormeurs éveillés
Les forces qui veulent nous supprimer doivent d’abord nous comprendre — et ce faisant elles s’effondrent. L’inconscience même du spectacle le place déjà jusqu’à un certain point à notre disposition: comme si brusquement nous avions les villes à nous seuls, comme un enfant qui court parmi les ruines silencieuses d’une toile de Chirico. Lorsque vous détournez un film, une publicité, un immeuble, une station de métro, vous démystifiez leur apparente inviolabilité; pour un instant vous les dominez; ils ne sont plus que de simples objets, de la technologie. Mais est-ce bien vrai? N’avez-vous pas l’impression de vous sentir un peu comme chez vous parmi eux?
Mettre en avant l’image d’une lutte des classes qui nous présente comme séparés du spectacle, revient à démissionner devant l’ennemi sans nous y être mesurés, parce que cette image nous sépare de notre essence. Le spectacle n’est pas seulement l’image de notre aliénation, il est aussi la forme aliénée de nos aspirations réelles. D’où son emprise sur nous. Les fantaisies compensatoires tirent leur pouvoir de nos fantaisies réelles. Par conséquent, pas de puritanisme envers le spectacle. Il n’est pas un “simple” fétiche; il est aussi un fétiche réel, c’est-à-dire qu’il est réellement magique, il est réellement une “usine à rêves”, il exproprie réellement l’aventure humaine. La passion de Maldoror exprime parfaitement bien l’attitude ambivalente à adopter envers le spectacle: l’embrasser tendrement et sincèrement et pendant ce temps, d’une caresse amoureuse et délicate, lui déchirer la poitrine.
Nous expérimentons encore dans l’obscurité. L’arme la plus puissante que la société possède est sa capacité de nous empêcher de découvrir les armes que nous avons déjà — leur mode d’emploi. Nous devons pratiquer une “analyse des résistances” sur la société elle-même, en interprétant principalement non pas son contenu, mais ses résistances à “l’interprétation”. Chaque action subversive est expérimentale, comme un geste d’enfant au jeu de colin-maillard. C’est en faisant l’histoire qu’on apprend à la comprendre; en jouant contre le système qu’on découvre ses faiblesses, là où il réagit. En dernière analyse, c’est de cela dont il est vraiment question dans la “dérive”: est-ce tout à fait une coïncidence si la critique moderne de l’urbanisme et du spectacle est née des recherches “psychogéographiques” des années cinquante? On apprend plus précisément comment le système opère en observant comment il opère sur ses ennemis les plus précis.
Le mouvement révolutionnaire est un laboratoire qui se fournit son propre matériel. Toutes les aliénations y réapparaissent en une forme concentrée. Ses échecs sont autant de filons qui recèlent les minerais les plus précieux. Sa première tâche est toujours d’exposer sa propre misère, qui sera continuellement présente, que ce soit sous la forme de simples rechutes dans la misère dominante du vieux monde qu’il combat, ou sous celle de nouvelles misères créées par ses succès eux-mêmes. Voilà qui sera toujours le “présupposé de toute critique”. Lorsque le dialogue se sera armé, nous pourrons tenter notre chance sur le terrain du positif. Jusque-là, le succès d’un groupe révolutionnaire est trivial, ou dangereux. Suivant en cela la production marchande, nous devons apprendre à forger des organisations dont soit prévue “l’obsolescence”. La révolution perd toutes ses batailles, sauf la dernière. Notre but doit être d’échouer clairement, chaque fois, à maintes et maintes reprises. Tout ce qui est fragmentaire a sa place au calme, sa place dans le spectacle. Mais la critique qui veut en finir avec le Grand Sommeil ne doit pouvoir “trouver nulle part le repos”.
Soyez cruels avec votre passé et ceux qui voudraient vous y retenir.
KEN KNABB
Mai 1974
[NOTES]
1. L’individu fou découvre cette “unité de la vie individuelle” au prix de la non-intervention. Il se place lui-même hors de l’histoire, au-delà de toute possibilité de collaboration. Il faut mettre de la méthode dans notre folie.
2. notre: La “Phénoménologie” n’est pas un livre que je vais faire paraître. Son développement est l’une des tâches prolétariennes globales de la décennie à venir. Pour l’instant, nous en sommes pour ainsi dire au point d’essayer d’en esquisser la table des matières. Les prochaines livraisons (études en profondeur, études de cas, autres préfaces, critiques de celle-ci) seront faites par... qui ?
3. “Mais, avant d’être distribution des produits, elle est distribution: 1o) des instruments de production, et 2o) (ce qui est une autre détermination du même rapport) distribution des membres de la société entre les différents genres de production (subordination des individus à des rapports de production déterminés). La distribution des produits n’est manifestement que le résultat de cette distribution, qui est incluse dans le procès de production lui-même et détermine la structure de la production” (Marx, Introduction à la critique de l’économie politique).
4. “C’est ridicule, en effet! Et que l’histoire est riche en choses aussi ridicules! Elles se répètent dans toutes les périodes critiques. Il n’y a là rien d’étonnant! S’agit-il du passé, on voit tout d’un oeil favorable, on reconnait la nécessité des changements et des révolutions qui ont eu lieu; pourtant, on s’oppose par tous les moyens à leur application à la situation présente. Par myopie et paresse, on fait du présent une exception à la règle” (Feuerbach, Principes de la philosophie de l’avenir).
5. “La discussion de ces perspectives conduit à poser la question: Dans quelle mesure l’I.S. est-elle un mouvement politique? (...) Le débat atteint une certaine confusion. Debord propose, pour dégager nettement l’opinion de la Conférence, que chacun réponde par écrit à un questionnaire demandant s’il estime qu’il y a des ‘forces dans la société sur lesquelles l’I.S. peut s’appuyer? Quelles forces? Dans quelles conditions?” (...)’ (La Quatrième Conférence de l’I.S. à Londres (septembre 1960), in Internationale Situationniste no 5).
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