Appel de Raspail
APPELLO di RASPAIL
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AGLI STUDENTI, DISOCCUPATI, SALARIATI PIù O MENO PRECARI
DI FRANCIA E DI NAVARRE,
A TUTTI QUELLI CHE SONO AL GIORNO DI OGGI IN LOTTA
CONTRO IL CONTRAT PREMIÈRE EMBAUCHE,
E FORSE CONTRO TANTO PIU' DI QUESTO...
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Dato che riusciamo sempre più precisamente a considerare il momento in cui la Terra sarà interamente consumata dal nostro modo di vita,
Dato che gli scienziati sono ridotti a prometterci la colonizzazione di altre pianete da consumare,
Noi, salariati e studenti, stabilizzati o occasionali, della regione parigina e di altrove, occupanti del Centro di Studi dei Modi d'Industrializzazione al quarto piano dell'EHESS in questo primo giorno di primavera, vogliamo riflettere a ciò che potrebbe essere una vita perenne ed auspicabile in un mondo finito.
Ci sembra impossibile porre la questione della precarietà degli impieghi e degli redditi monetari senza porre anche quella della precarietà della sopravvivenza umana globale. In questi tempi di disastro ecologico molto avanzato, noi pensiamo che nessuna posizione politica e nessuna rivendicazione che non integri il carattere di vicolo cieco dello sviluppo economico, della crescita, possano avere un valore minimo.
Siamo, quindi, allo stesso tempo fantasticamente utopisti e radicalmente pragmatici, tanto più pragmatici, in fondo, di tutti quei gestori « credibili » del capitalismo e dei movimenti sociali (quando UNEF fa rima con MEDEF...).
Vogliamo spezzare il culto di cui sono oggetto i creatori d'impieghi e di ricchezze, riabilitati con il concorso della sinistra negli anni 1980. Nessun discorso sullo sfruttamento e la precarietà ha senso ed efficienza se si impedisce di stracciare, come lo meritano, quei « benefattori della collettività ».
Vogliamo anche togliere i tabù di questo movimento anti-CPE : la prospettiva della piena occupazione, che sottende la maggiore parte delle parole d'ordine e delle rivendicazioni, non è né realistica, né desiderabile.
Il lavoro umano, in Occidente, è soppresso massivamente dalle macchine ed i computer da decine di anni. Non è certamente mai stato altra cosa di una merce per il capitale, ma quello che è cambiato allo stadio attuale del « progresso » tecnologico è che l'accumulazione di soldi esige meno soldi di prima. Bisogna mettersi in testa che il capitalismo non può più creare abbastanza occupazione per tutti. E riconoscere che in più, quella che crea ancora a fatica è sempre più vuota, disconnessa dai nostri bisogni fondamentali.
In questo sistema, la produzione materiale è delocalizzata verso i paesi « in via di sviluppo » dove si concentra quindi il disastro ecologico (pure da noi, non siamo da meno...). E da noi, nella nostra economia di servizi falsamente immateriale, fioriscono degli impieghi di servitori: schiavi delle cadenze robotiche, domestici dei « servizi alla persona» (vedere i recenti piani Borloo), piccoli soldati del management.
Questo movimento non sarà forte e fattore d'avvenire che se fa sentire una critica lucida del lavoro moderno. Pure se permette di affermare che di uscita di crisi non ci sarà. Lontano da lasciarsi abbattere, vogliamo fare di questa constatazione una opportunità. Pensiamo che un movimento sociale coerente deve darsi come obiettivo di aiutare l'economia a crollare. Il mondo attuale non conosce nessuna esteriorità. Non si può sperare sfuggirlo. Occorre quindi pazientemente costituire degli ambienti di vita dove si possano produrre i propri mezzi di sussistenza senza il concorso del macchinario industriale, e dove emergano nuove relazioni umane, liberate da essa. Occorre al tempo stesso intraprendere lo smantellamento di interi comparti dell'apparato di produzione esistente, inutili e nocivi.
Ovviamente, tutto questo esige, nei nostri discorsi come nelle nostre pratiche, un rifiuto risoluto dello Stato e dei suoi rappresentanti, che saranno quasi sempre degli ostacoli ai nostri progetti di autonomia.
Dato che gli scienziati sono ridotti a prometterci la colonizzazione di altre pianete da consumare,
Noi, salariati e studenti, stabilizzati o occasionali, della regione parigina e di altrove, occupanti del Centro di Studi dei Modi d'Industrializzazione al quarto piano dell'EHESS in questo primo giorno di primavera, vogliamo riflettere a ciò che potrebbe essere una vita perenne ed auspicabile in un mondo finito.
Ci sembra impossibile porre la questione della precarietà degli impieghi e degli redditi monetari senza porre anche quella della precarietà della sopravvivenza umana globale. In questi tempi di disastro ecologico molto avanzato, noi pensiamo che nessuna posizione politica e nessuna rivendicazione che non integri il carattere di vicolo cieco dello sviluppo economico, della crescita, possano avere un valore minimo.
Siamo, quindi, allo stesso tempo fantasticamente utopisti e radicalmente pragmatici, tanto più pragmatici, in fondo, di tutti quei gestori « credibili » del capitalismo e dei movimenti sociali (quando UNEF fa rima con MEDEF...).
Vogliamo spezzare il culto di cui sono oggetto i creatori d'impieghi e di ricchezze, riabilitati con il concorso della sinistra negli anni 1980. Nessun discorso sullo sfruttamento e la precarietà ha senso ed efficienza se si impedisce di stracciare, come lo meritano, quei « benefattori della collettività ».
Vogliamo anche togliere i tabù di questo movimento anti-CPE : la prospettiva della piena occupazione, che sottende la maggiore parte delle parole d'ordine e delle rivendicazioni, non è né realistica, né desiderabile.
Il lavoro umano, in Occidente, è soppresso massivamente dalle macchine ed i computer da decine di anni. Non è certamente mai stato altra cosa di una merce per il capitale, ma quello che è cambiato allo stadio attuale del « progresso » tecnologico è che l'accumulazione di soldi esige meno soldi di prima. Bisogna mettersi in testa che il capitalismo non può più creare abbastanza occupazione per tutti. E riconoscere che in più, quella che crea ancora a fatica è sempre più vuota, disconnessa dai nostri bisogni fondamentali.
In questo sistema, la produzione materiale è delocalizzata verso i paesi « in via di sviluppo » dove si concentra quindi il disastro ecologico (pure da noi, non siamo da meno...). E da noi, nella nostra economia di servizi falsamente immateriale, fioriscono degli impieghi di servitori: schiavi delle cadenze robotiche, domestici dei « servizi alla persona» (vedere i recenti piani Borloo), piccoli soldati del management.
Questo movimento non sarà forte e fattore d'avvenire che se fa sentire una critica lucida del lavoro moderno. Pure se permette di affermare che di uscita di crisi non ci sarà. Lontano da lasciarsi abbattere, vogliamo fare di questa constatazione una opportunità. Pensiamo che un movimento sociale coerente deve darsi come obiettivo di aiutare l'economia a crollare. Il mondo attuale non conosce nessuna esteriorità. Non si può sperare sfuggirlo. Occorre quindi pazientemente costituire degli ambienti di vita dove si possano produrre i propri mezzi di sussistenza senza il concorso del macchinario industriale, e dove emergano nuove relazioni umane, liberate da essa. Occorre al tempo stesso intraprendere lo smantellamento di interi comparti dell'apparato di produzione esistente, inutili e nocivi.
Ovviamente, tutto questo esige, nei nostri discorsi come nelle nostre pratiche, un rifiuto risoluto dello Stato e dei suoi rappresentanti, che saranno quasi sempre degli ostacoli ai nostri progetti di autonomia.
FERMIAMOCI DI RIVENDICARE UN IMPIEGO STABILE
PER OGNUNO !
(anche se capita a tutti di cercare un lavoro o dei soldi)
CHE LA CRISI SI AGGRAVI !
CHE LA VITÀ ABBIA LA MEGLIO !
PER OGNUNO !
(anche se capita a tutti di cercare un lavoro o dei soldi)
CHE LA CRISI SI AGGRAVI !
CHE LA VITÀ ABBIA LA MEGLIO !
Gli occupanti del Centro di Studio dei Modi d'Industrialisazione
(nella Scuola di Studi Superiori in Scienze Sociali, bd Raspail a Parigi),
costituiti in Comitato Per la Disindustrializzazione del Mondo,
tra l'alba del 21 marzo 2006 e la metà della notte seguente.
(nella Scuola di Studi Superiori in Scienze Sociali, bd Raspail a Parigi),
costituiti in Comitato Per la Disindustrializzazione del Mondo,
tra l'alba del 21 marzo 2006 e la metà della notte seguente.
trad a-a
APPEL de RASPAIL
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AUX ÉTUDIANTS, CHÔMEURS, SALARIÉS PLUS OU MOINS PRÉCAIRES,
DE FRANCE ET DE NAVARRE,
À TOUS CEUX QUI SONT CES JOURS-CI EN LUTTE
CONTRE LE CONTRAT PREMIÈRE EMBAUCHE,
ET PEUT-ÊTRE CONTRE BIEN PLUS QUE ÇA...
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Puisque nous parvenons de plus en plus précisément à envisager le moment où la Terre sera entièrement consumée par notre mode de vie, Puisque les scientifiques en sont réduit à nous promettre la colonisation d’autres planètes à consommer,
Nous, salariés et étudiants, stabilisés ou occasionnels, de la région parisienne et d’ailleurs, occupants du Centre d’Étude des Modes d’Industrialisation au 4è étage de l’EHESS en ce premier jour du printemps, voulons réfléchir à ce que pourrait être une vie pérenne et souhaitable dans un autre monde fini.
Il nous semble impossible de poser la question de la précarité des emplois et des revenus monétaires sans poser aussi celle de la précarité de la survie humaine globale. En ces temps de désastre écologique très avancé, nous pensons qu’aucune position politique et aucune revendication qui n’intègre pas le caractère d’impasse du développement économique, de la croissance, ne peuvent avoir la moindre valeur.
Nous sommes donc à la fois fantastiquement utopistes et radicalement pragmatiques, bien plus pragmatiques au fond que tous les gestionnaires « crédibles » du capitalisme et des mouvements sociaux (quand UNEF rime avec MEDEF...).
Nous voulons briser le culte dont sont l’objet les créateurs d’emplois et de richesse, réhabilités avec le concours de la gauche dans les années 1980. Aucun discours sur l’exploitation et la précarité n’a de sens et d’efficacité s’il s’interdit de malmener comme ils le méritent ces « bienfaiteurs de la collectivité ».
Nous voulons aussi lever le tabou de ce mouvement anti-CPE : la perspective du plein-emploi, qui sous-tend la plupart des mots d’ordre et des revendications, n’est ni réaliste ni désirable.
Le travail humain, en Occident, est supprimé massivement par les machines et les ordinateurs depuis plusieurs dizaines d’années. Il n’a certes jamais été autre chose qu’une marchandise pour le capital, mais ce qui a changé au stade actuel du « progrès » technologique c’est que l’accumulation d’argent exige moins d’humains à exploiter qu’avant. Il faut se mettre dans la tête que le capitalisme ne peut plus créer assez d’emplois pour tous. Et reconnaître qu’en plus, ceux qu’il crée encore péniblement sont de plus en plus vides, déconnectés de nos besoins fondamentaux.
Dans ce système, la production matérielle est délocalisée vers les pays « en voie de développement », où se concentre ainsi le désastre écologique (même si nous ne sommes pas en reste...). Et chez nous, dans notre économie de services prétendument immatérielle, fleurissent les emplois de serviteurs : esclaves des cadences robotiques, domestiques des « services à la personne » (voir les récents plans Borloo), petits soldats du management.
Ce mouvement ne sera fort et porteur d’avenir que s’il fait entendre une critique lucide du travail moderne. Et s’il permet d’établir définitivement qu’il n’y aura pas de sortie de crise. Loin de nous laisser abattre, nous voulons faire de ce constat une chance. Nous pensons qu’un mouvement social conséquent doit se donner pour but d’aider l’économie à s’effondrer. Le monde actuel ne connaît pas d’en-dehors, on ne peut pas espérer le fuir. Il faut donc patiemment y constituer des milieux de vie où l’on puisse produire ses moyens de subsistance sans le concours de la machinerie industrielle, et où émergent de nouveaux rapports humains, dégagés d’elle. Il faut dans le même temps entreprendre le démantèlement de pans entiers de l’appareil de production existant, inutiles ou nuisibles. Bien sûr, tout cela exige, dans nos discours comme dans nos pratiques, un rejet résolu de l’Etat et de ses représentants, qui seront presque toujours des obstacles à nos projets d’autonomie.
CESSONS DE RÉCLAMER UN EMPLOI STABLE
POUR CHACUN !
(même s’il arrive à tout le monde de chercher du boulot ou de l’argent)
QUE LA CRISE S'AGGRAVE,
QUE LA VIE L'EMPORTE !
Les occupants du Centre d’Etude des Modes d’Industrialisation
(à l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, bd Raspail à Paris),
constitués en Comité Pour la Désindustrialisation du Monde,
entre l’aube du 21 mars 2006 et le milieu de la nuit suivante.
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