Désorbonnée

Sorbonne en exil





Ultimo comunicato
del comitato di occupazione della Sorbona in esilio



Gli studenti sono tornati ai loro studi. Le facoltà hanno riaperto le loro porte ed i professori i loro funesti becchi. Il ciclo planetario della vita micro-dosata si fermerà, come previsto -come sempre- in giugno: gli esami avranno luogo, poi si andrà a meritare le proprie vacanze al sole. Tutto ciò indicherebbe un perfetto ritorno alla norma se non ci fosse da parte di tutti una così notevole premura a simularlo. A fare come niente fosse successo, come se una tutt'altra normalità non si fosse imposta durante tre mesi di occupazione.
Una normalità ove le aule sono locande, ove i vicini sono sia compagni sia nemici, ove la lotta rende gli esseri desiderabili, e non più soltanto seducenti come lo vuole una separazione consueta. A dire il vero, tutto quel piccolo mondo universitario ne fa un po' troppo. C'è una nervosità, una esagerazione delle espressioni, una goffaggine che tradisce il lavoro in corso: cioè il rimuovere l'evidenza che questo potrebbe essere diverso, l'evidenza che la vita non assomiglia necessariamente a questa corsa di criceto in gabbia.

Ed in fatti, di ritorno alla normale non c'è. Ciò che c'è, è un processo di normalizzazione, una guerra ad oltranza contro la persistenza del evento. Non parliamo di semplice prese di coscienza, di fatti tanto comunemente ammesse sulla fine del movimento, quanto la funzione poliziesca dei sindacati, il necessario ricorso alla distruzione, la gioia di una vita passata a bloccare l'economia piuttosto che lasciarsi formattare per un giorno servirla oppure il ritorno del fuoco come pratica politica elementare. Parliamo infatti d'amicizie. Ogni amicizia conserva una traccia delle condizioni del suo nascimento, del momento del incontro. Quelle che si sono annodate lì manterranno sempre un odore di lacrimo, un pezzettino di machina che brucai, di vetrina che cade, un lontano rumore; che riporteranno.

I sindacalisti, i sinistroidi, i militanti hanno vissuto un movimento sociale. Uno di più. I « movimenti sociali », nel loro rituale cento volte ripetuto e sempre disfatti, sono una tolleranza locale. Appartengono al folclore di questo paese. « Per la nostra vergogna » dicono gli uni, per la nostra gloria pensano gli altri. In ogni caso, fanno parte della gestione democratica alla francese, di cui sono il momento carnevalesco, dopo di che tutto ritorna nella normalità. I dirigenti possono bene giocare ai monarchi tanto che lasciano al popolo il diritto di mimare 1789. Noi, abbiamo vissuto un evento. Un evento si riconosce alle intensità che produce – disselciare insieme, a colpi di grate di alberi, una piazza per turisti, coordinare un attacco al cocktail Molotov, discutere di un testo fino al mattino – non meno alle incrinature che disegna, ai possibili che svela. Ciò che vogliamo annotare qui, è ciò che è stato acquisto di irreversibile, ciò su di cosa nessuna « fine di movimento » può tornare, ciò che fa degli ultimi mesi non una parentesi nel corso misurato della vita sociale, ma una seconda onda dopo l'incendio di novembre, nella dolce salita di una onda insurrezionale.

1.

Uno slogan sentito a Rennes : « Non siamo pacifisti, diamo battaglia al capitalismo ». Tutto il corteo lo riprende. Più tardi, dei pacifisti difendono una riga di sbirri menando paradossalmente. Alla fine, sono cacciati dalla manifestazione. Una banderuola: « siamo tutti dei teppisti », votata dall'assemblea di Rennes II; che diventa la litania di una manifestazione selvatica ove i locali del Ps, di Charlie Hebdo, banche ed agenzie di interim sono equamente fracassati.

2.

Non c'è questione di "violenza", non c'è che un partito preso della guerra già in corso, ed il problema, quindi, dei mezzi adeguati alla vittoria.

3.

Durante tutto il periodo del movimento, si avrà assistito a questa costante operazione poliziesca di distinguere tra buoni manifestanti e cattivi teppisti. Al filo delle settimane, « teppista » avrà prima voluto dire « anarcho-autonomo affrontandosi colla polizia davanti alla Sorbona, poi « incontrollato venuto a darsele colle forze del ordine piazza Nation », e finalmente « giovani dei quartieri, picchiatori di manifestanti, spogliatori di cellulari piazza degli Invalides. Al termine della sua deriva semantica, il teppista non rompeva più niente, linciava la gente.
Il termine appare dopo per ciò che è : un significante vuoto all'uso esclusivo della polizia. La polizia ha questo monopolio: forgiare il profilo della minaccia. Designando come soggetto straniero al movimento i suoi elementi più decisi, taglia il movimento da se stesso e dalla sua propria potenza, lo rende straniero alla sua propria potenzialità offensiva, al suo serio. Il profilo della minaccia, al giorno d'oggi, è l'immigrato criminale, il « barbaro dei quartieri ». Allegando così che tutto « straniero » è un sovversivo in potenza, SI vuole prima insinuare che un buon francese non ha nessuna ragione di diventarlo. Quando mai, in realtà sono stati così numerosi quelli che non si sentono più da loro nel funereo scenario della metropoli capitalista.

4.

Per forza, scandire « noi siamo tutti dei teppisti », non è affermarsi come soggetto « teppista » però solo sviare l'operazione poliziesca in corso. Promuovere il danno come pratica politica, è manifestare l'esistenza quotidiana delle banche, vetrine o negozi alla moda come momento di una guerra silenziosa. È distruggere nello stesso tempo di una cosa, l'evidenza legata alla sua esistenza. È rompere, alla fine, colla gestione democratica del conflitto, che si accomoda così bene di manifestazioni contro questo o quello, dal momento che alcune presa di posizione sia seguita d'effetti.

5.

Parliamo di operazione poliziesca. Distinguere, in questa polizia, tra carabinieri, sindacalisti, giornalisti, burocrati e politicanti è superfluo, tanto la loro collusione qua fu patente. I negativi dei giornalisti hanno servito gli indagini della polizia mentre il servizio d'ordine della CGT manganellava i nostri compagni e gli consegnava ai CRS, addirittura lusingandosene nei giornali del giorno seguente. Tutti avranno collaborato a quest'opera: trattenere la scissione tra « teppisti » e « manifestante ». E non ci saranno davvero riusciti che una volta, a Parigi, il 23 de marzo. Dappertutto altrove, l'indistinzione tanta temuta dal ministro dell'Interno — « se ci fosse un nesso tra gli studenti e le banlieues, tutto sarebbe possibile. Ivi compresa una esplosione generalizzata ed una fine di quinquennato spaventosa » — ha fatto miracoli. Strasbourg, Nantes, Grenoble, Toulouse, Rennes, Lille, Drancy, Caen, Rouen, mai nella ricente storia di Francia, i centro-città avranno conosciuto delle così regolari serate di sommosse.

6.

Il 21 di marzo, una manifestazione studenti-licei che si ferma al Luxembourg. Davanti, un gruppo di 200 ragazzi delle banlieues, e lungo tutto il percorso un servizio d'ordine che si stringe in cordone sanitario da quando si avvicina una banda. In fine, i burocrati decidono di deviare il corteo prima dell'arrivo, lasciando il gruppo in testa tra i CRS e le squadre volante civile. Due giorni dopo, Invalides. Una manifestazione più temprata che mai viene presa come bersaglio di spoglio e linciaggio da quelli che ne erano stati così cortesemente tenuti in disparte.

7.

Due modi di muoversi in strada, nella strada diventata spazio ostile, proprietà dei poliziotti,delle automobile e delle video-camere: Il corteo e la banda: si arriva individualmente, si giunge per qualche ore ai suoi « compagni », si strilla qualche sloganti ai quali non si proviene più a credere, i giorni d'entusiasmo si cantano le canzoni di cui ci sarebbe da temere se volessero ancora dire qualcosa, come l'Internazionale. Un sound system viene vantaggiosamente coprire il mutismo dell'assemblea ed il vuoto delle relazioni. Manu Chao, Zebda, La Brigada, etc. Poi ciascuno giunge il suo casa-sua dove ha tutto il tempo libero di non pensarne meno. Passeggiata digestive per bestiame sindacato, sfilata di solitudini garantite da un servizio d'ordine.
La banda: si sbarca insieme. Si ha preso un po' di materiale. Si ha una piccola idea di ciò che si e venuto a fare qua. Menarsi colle forze del ordine, bruciare Parigi, liberare la Sorbona, rubare dei negozi, dei cellulari, farsi dei giornalisti o dei manifestanti. Uno si muove come un sol uomo, a cinquanta. Se l'uno corre, tutta la gente corre, se l'uno mena, tutta la gente mena, se l'uno viene menato, uguale. Riflessi di orda . Gergo comune. Disposizione alla stupidità, al seguismo, al linciaggio. Estrema mobilità. Ostilità verso lo sconosciuto, allo statico. Diverse volte, in questi ultimi anni, questi due modi di muoversi si sono incontrati a Parigi. L'8 marzo 2005, in particolare, poi agli Invalidi. Ogni volta, il confronto ha tornato al vantaggio delle bande. Ogni volta, l'individuo separato dei cortei, colla sua libertà d'espressione, il suo diritto ad essere se stesso, ad avere il suo cellulare, il suo conto corrente e le sue dreadlocks, se la cavò ammaccato, traumatizzato. Traumatizzato da una crudele alternativa: organizzarsi a conto suo in banda oppure finire sul pavimento. A meno di prendere un suo partito di questa verità: l'individuo liberale ha la polizia come condizione. E questa evidenza che Si è voluto negare, dopo ciascuno di questi confronti, da un brutale accesso di mala fede.

8.

La comunità non si prova mai come identità, però come pratica, come pratica comune. L'identità torna al galoppo ogni volta che la pratica se ne va. Là dove uno occupava, la dove uno disegnava, dove si ritornava le macchine, non è mai stato questione di provenienza sociologica, di liceo, di banlieue o di studente piccolo borghese.

9.

Il CPE fu prima un pretesto. Pretesto alla mobilitazione per le organizzazioni sindacali, pretesto al blocco per gli studenti, pretesto di ribellione per tanti. Poi, davanti alla horga governativa, il CPE diventa un punto d'onore. Così che il suo ritiro non è stato da nessuna parte vissuto come una vittoria, però come il semplice cancellare di una offesa. L'affetto dominante del movimento, fu il sentimento che ci prendono in giro, il sentimento di essere gabbati. Affetto reattivo, moderato, però potente. Ed è in virtù di questa moderazione che il movimento alla fine ha scelto delle pratiche radicali, delle pratiche ad altezza della guerra di epoca: l'attacco della polizia ed il blocco dell'economia. Da qua, ha raggiunto i piqueteros argentini, gli insorti d'Algeria ed i rivoltosi di novembre.

10.

Il contenuto di una lotta risiede nelle pratiche che adotta, non nelle finalità che proclama. Parliamo qua di pretesto, perché quando scaricavamo i CRS al grido di « retrait du CPE » - « ritiro del CPE », avremmo potuto stridere qualsiasi altra parola di guerra per darci coraggio; e perché non eravamo i soli a scandire « CPE on s'en fout on veut pas bosser du tout » -« CPE chi se ne frega, non lavoreremo per nulla ». Il contenuto effettivo del movimento fu quindi il blocco totale dell'economia e l'attacco delle forze dell'ordine, l'interruzione della circolazione commerciante e l'affrancatura del territorio dalla sua occupazione poliziesca. Volere in quanto tale i mezzi che ci si davamo allora, era entrare nel processo insurrezionale. Al quale la forma di « movimento » non conviene. A cui una certa inconsistenza studentesca non predispone. Che suppone, soprattutto, l'apra determinazione ad organizzarsi materialmente.

11.

La lotta contro il CPE sarebbe stata una lotta contro « la precarietà ». Ciò che ne dicono i sindacati: « la precarietà », vocabolo confuso ed opportuno, gli evoca non si sa che decadenza biblica colpendo i lavoratori, e disegna quindi in filigrana il loro proprio attaccamento all'antico ordine del lavoro. È ciò che dicono i giornali, che non capiscono niente. È ciò che ne dicono i ricuperatori negristi che ci vedono un nuovo passo verso l'ineluttabile « rivenuto garantito », cosmica sintesi del socialismo e della cibernetica. Gli sloganti del movimento non avranno certo aggiunto alla chiarezza del dibattito. Al riflesso idiota che consisteva a dedurre di « C-P-E, non non non », un « C-D-I, oui oui oui », cioè a difendere lo statu quo dello sfruttamento al motivo che quello si aggrava, Il riflesso radicale sarà stato di opporre un « ni CPE, ni CDI ». Di porre in avanti contro il semplice « rifiuto della precarietà », il rifiuto del « salariato ». E si è bene vista flottare sul Collège de France occupato una banderuola dicendo « CPE ou CDI c'est toujours le STO» - « CPE o CDI, è sempre lo STO ». In realtà, ciò che è in gioco sotto il termine-scherma di « precarietà », non è la semplice degradazione del salariato classico, però la ridefinizione stessa di ciò che sta il lavoro. Se lavorare ha lungo significato « fare ciò che vi diciamo di fare », lavorare significa oggi « essere ciò che si dice di essere ». Qualsiasi tirocinante sa i sorrisi che deve fingere, il dialetto manageriale che ci vuole inghiottire. L'entusiasta sottomissione che deve ostentare, cioè la maschera che deve rivestire, per farsi accettare dal mondo dell'impresa. Sa quanto integrarsi alla società vuole solamente dire integrarsi la società, ed integrarsi l'impresa. Ora il periodo di prova di due anni che il CPE prevedeva, è esattamente il tempo che occorre per diventare la maschera che si porta, per incorporarsi, a forza di mimare, la figura aspettata. Se il salariato classico è stato così poco criticato, alla fine, nel movimento anti-CPE, è che questa critica è già stata largamente fata, ed in pratica, dal capitalismo. Tutto quel management partecipativo, tutti questi « compiti arricchiti », tutta questa individualizzazione degli orari e delle condizioni del lavoro, tutta questa retorica della motivazione sono già una risposta alla crisi del salariato classico degli anni 70. Quando tutta una generazione rifiutava massivamente di lavorare. Ciò che è stato rifiuto nel CPE, non è ne il salariato, ne la crisi, però la ridefinizione del lavoro che risulta di questa crisi, l'elemento di assoggettamento del lavoro contemporaneo, ciò da cui si ci mobilita soggettivamente, ne viene a costituirci un IO socialmente calibrato. Il licenziamento senza motivi non faceva che sanzionare questo nuovo regime in cui vieni cacciato via per ciò che sei e non per ciò che fai, per lo scarto a rapporto di una norma di condotte e non per l'infrazione ad una clausola del contratto. Tanto che lo slogante « CPE non non non, CDI oui oui oui » esprimeva meno il desiderio servile di essere sfruttato otto ore al giorno come tutti, del rifiuto di lasciare il lavoro formarci, di lasciarlo penetrare delle nuove « spessori » del essere. Se il lavoro non è più centralmente lo scambio contrattuale di una somma di soldi contro una porzione di tempo, però questo fabbricamento maniaco di soggettività conformi in virtù di che un manichino che non fa più nulla non si ferma mai di lavorare, allora lo strumento dello sciopero generale può essere lasciato al museo. Viene il tempo dello sciopero umano, dove si comincia a cessare di essere chi si deve essere, dove si lega oltre le identità ed i codici esistenti, dove si fa saltare tutto l'universo del prevedibile. Viene il tempo dove sono, per colmo, quelli che non lavorano che inventano le nuove forme dello sciopero.

12.

Il blocco delle università non è solo stato un mezzo di perturbazione, una presa di possessione. E stato una preliminare, il mezzo per i bloccatori di organizzarsi, di aprire la porta a nuove situazioni. Bloccare la facoltà per andar a bloccare altrove. Rapidamente, liberati delle seccature universitarie, studenti e licei hanno propagato il loro desidero che tutto si fermasse. Invece di supplicare le centrali sindacali e di dichiarare lo sciopero generale, hanno propagato sulle rotaie, le strade, negli uffici e centri commerciali lo sciopero umano. Ciò che è vero per le facoltà è anche vero altrove. Su una tangenziale, quando migliaia di conducenti si fermano, chiudono il motore, osano finalmente di scendere dei loro veicoli, per chiacchierare intorno ad un fuoco di tavolozze; in un centro di smistamento quando il blocco dei camion permette l'emergere di una parola comune, velocemente imbavagliata dal intervento del GIPN. Tutta questa società fa pensare al Surmâle di Jarry: è un cadavere di cui non si potrà constatare la morte che quando si avrà fermato la machina. E per questo che sale di ogni dei suoi ingranaggi il desidero che tutto si fermasse, ed è per questo che i suoi gestori non indietreggeranno mai per farla funzionare sempre.

13.

Tanto che esistevano delle organizzazioni ed un programma rivoluzionari, solo importava la finalità. Per la rivoluzione, tutti mezzi errano buoni. Poi sono venuti, colla perdita di tutta prospettiva rivoluzionaria, i movimenti sociali, dove si agita e si congratula di essere « tous ensembles » - « tutti insieme », senza più sapere esattamente a che scopo. E come lo scopo manca, i mezzi se stessi si mettono a fluttuare. Non si sa più come fare, si fanno delle esperienze. Si mena un po' coi poliziotti, si manifesta un po' selvaggiamente, si diverte bene durante l'occupazione e poi quando tutto ricade si torna allo studio, al destino individualizzato, e ci si è fatto qualche amico. I movimenti offrono la comodità di non impegnare troppo: hanno un inizio, un apogeo e un finale. E quando il potere suona la fine della ricreazione, non si prova tanti scrupoli a tornare nella riga: non se ne era troppo allontanato.

14.

Hannah Arendt notava in 1970, riguardo alle agitazioni studentesche dell'epoca: « la sterilità teorica di questo movimento e la pesante monotonia delle sue analisi sono tanto più sorprendenti e incresciosi che la sua gioia nell'azione fa piacere a vedere (...). Ciò che però può il più fortemente fare dubitare di questo movimento, in America e in Europa occidentale, è una specie di curiosa disperazione che ne sembra inseparabile, come se tutti i partecipanti fossero in anticipo convinti che il loro movimento sarà schiacciato ». Una rivista —L'Antenne— commentava in 1987 il movimento studente di 1986 in questi termini: « Tutto sembra svolgersi come se lo stato della società fosse diventato estremamente favorevole al sorgere di movimenti di strada che sono esclusivamente dei movimenti « d'espressione » come si dice: improvvisi, spettacolari, enormi e sopra tutto senza indomani .» Più che altri, i movimenti studenteschi sembrano gravati di questa nefasta idea di mobilitazione, che contiene come il suo verso depressivo il necessario ritorno alla norma. Mobilitandosi, cioè trascurando nella lotta, di organizzarci secondo i nostri propri bisogni che non sono solo bisogni di dormire e di mangiare, ma bisogni di pensare, d'amare, di costruire, di studiare e riposarsi, di essere solo o di fare blocco, mobilitandosi, cioè mettendo tra parentesi tutto questo, mettendo tra parentesi tutto ciò che si attacca alla vita, trascurando nella lotta, di afferrarsene collettivamente, ci assicuriamo che verrà il momento di spossatezza in cui ciascuno verrà nella fine della mobilitazione un felice ritrovarsi colle abitudini abbandonate, colle passioni cruciali, il tutto sotto l'abietto segno del privato. E al contrario colla preoccupazione di organizzarsi sulla base dei nostri bisogni che si costruisce, di crisi in movimento, il partito dell'insurrezione.

15.

In un mondo di flussi, il partito dell'insurrezione non può che essere partito del blocco, il blocco fisico di tutta la circolazione commerciante, ma perché questo mondo di flussi è se stesso mondo dell'assoluta separazione, il partito dell'insurrezione deve anche essere quello della comunizzazione, partito della messa in comune. Presto o tardi, ci vorrà pur bloccare Rungis, però non potremo bloccare Rungis che a condizione di avere risolto a scala locale la questione del rifornimento, di avere stabilito le solidarietà necessarie. Se non si fosse trattato che di contestare il CPE, l'assemblea sovrana sarebbe passata per una forma di organizzazione opportuna. Ma se è un mondo a l'agonia che si tratta di abbattere, la forma elementare della auto-organizzazione è la comune. La comune come livello dove l'organizzazione del blocco e quella della vita condivisa si raggiungono. Dove si può bloccare tutto perché non si dipende più della circolazione generale, perché si ci è organizzato per bloccare tutto. Potrebbe apparire, nel corso di questa ripresa del territorio, che la metropoli contemporanea, interamente strutturata dai flussi non è compatibile con nessuna forma di auto-organizzazione, e che deve quindi essere distrutta da una parte all'altra. L'esperienza del processo insurrezionale argentino di 2003, limitato dall'estrema dipendenza, specialmente alimentare, di Buenos Aires, ne porta testimonio.

16.

Dappertutto in Francia, nella scia del movimento, delle bande si sono formate, delle case occupate, dei nuclei si sono costituiti. Non sono il fatto di anziani combattenti, ma di quelli per chi la lotta non è stata mezzo di uno scopo—il ritiro del CPE— però mezzo puro, forma desiderabile di vita. Di quelli che hanno provato la sola comunità accessibile, può essere, nella metropoli: quella che la lotta fonda per la sua distruzione. Di anno in anno, di movimento liceale in onde di incendi notturni, vediamo implodere ciò che rimane di questa società e, nella stessa dinamica aggredirsi un sostrato sempre più vasto, sempre più denso di disertori. La questione è : come la diserzione diventa cospirazione? Come le bande diventano una forza? Che tipo di forza può operare il passaggio di una situazione di crisi, di movimento, ad una situazione insurrezionale? Quelli che dubiterebbero della nostra capacità ad intervenire di una maniera storicamente decisiva farebbero meglio di ricordarsi come nelle città più animate —Rennes, Rouen, Caen, Grenoble, Nantes, Strasbourg— un numero minuscolo di sovversivi organizzati e bastato a cambiare del tutto la struttura del movimento.

17.

Lo svenimento lampo del movimento si spiega agevolmente. Rifiutando d'identificare i sindacati, i media, l'amministrazione, gli anti-blocco come nemici, e rifiutando di trattarli come tali, il movimento gli ha lasciati diventarne una componente. Ha fatto delle AG coloro, a volte gli ha fischiato, non ha però fischiato mai contro di loro, figurandosi come consenso della società civile contro il governo. Era una questione di democrazia. Così che quando tutto quel bel mondo ha dichiarato di una sola voce la vittoria e sepoltura del movimento, il vuoto si è fatto intorno a noi: non eravamo più che un pugno di irriducibili allo scoperto.

18.

Allo svenimento del movimento, dopo l'annuncio del ritiro del CPE, hanno risposto due riflessi caratteristici, il riflesso militante e quello attivista; da una parte i becchini del movimento che chiamavano a mobilitarsi di nuovo, senza crederci loro stessi, e tentavano, attraverso di un qualunque « collettivo di convergenza delle lotte » o di « lotta contro la repressione », di assumere un pò di carne fresca recentemente politicizzata. È lo stesso riflesso che preside adesso alle diverse unioni di depressivi di obbedienza trotzkista, anarchica, o autonoma che provano di dare un futuro ad un movimento che si sarà bene passato di loro tanto che stava vivo. Da l'altra, si vede agitarsi tutto un insieme di gruppi di azioni che sognano di riprodurre ciò che hanno visto altrove e che ci vorrebbe già oltrepassare, che metteranno qualche settimana o qualche mesi ancora ad esaurire, a forza di volontarismo, ciò che conservano dello spirito del movimento. Gli uni chiacchierano, ma gli altri lavorano.

19.

Il movimento no ha cessato di incespicare in due questione che, per finire, le diedero il colpo di grazia: la democrazia e l'assemblea generale. Mentre non ci aveva voluto che qualche decina di nervosi, al inizio, per bloccare una aula, un dipartimento, una fac, furono durante i voti dello sblocco 500, 1000, 2000 persone che doverono scansarsi indietro davanti alla « sovranità » dell'assemblea generale. Pur spesso, è qua, di fronte all'assurdità del gioco democratico, che si sarà svelata la natura del confronto coperto dalla questione del blocco. Tra bloccatori ed anti-bloccatori, dopo il voto, se ne sarà finalmente venuto alle mani.

20.

L'assemblea, come pratica, ci porta in epoche dove la vita, e dunque la parola, erano caricate di comunità. Comunità operaia, o contadina, popolare, guayaki o hassidiche. C'è sempre stata una teatralità, una gregarietà, un panottismo, delle poste di dominio, di controllo, di egemonia, nelle assemblee. Non c'è adesso più che questo. È per questo che sono fuggite. È per questo che, la dove non ha potuto nascere una abbastanza ampia comunità di lotta, le AG si tenevano senza rapporto con ciò che succedeva nella strada. Inadeguata al pensiero libero come all'organizzazione dell'azione, ignorante dell'amicizia, l'assemblea è una forma vuota, un simulacro buono a tutto, ed a niente. Davanti a quest'evidenza, dei compagni hanno chiamato, nel corso del movimento, a disertarle per formare delle bande. Hanno contrapposto assemblea e comunità. È un errore. Non si chiama alla comunità; si verifica, come una banda si forma, senza decisione preliminare. Se la parola torna a vuoto nelle assemblee generali, non è a causa dei turni di parola, delle tribune, dei burocrati. È a causa di ciò che rende i turni di parole, le tribune, le burocrati possibile: l'assenza di tutta comunità fra gli esseri.

21.

Avevamo detto che torneremmo. Siamo tornati. Sulla Sorbona brevemente rioccupata, una banderuola sbatteva al vento. Ci si leggeva, in questa serata di temporale: « I movimenti son fatti per morire. Viva l'insurrezione !».

22.

Venerdì 31 marzo. Allocuzione senile di Chirac. Degli assembramenti spontanei in diversi punti di Parigi. Che si cercano, si trovano, convergono sopra l'Elysee, defluiscono, girano per evitare la gendarmeria mobile. 3000 persone dalle 8 della sera alle 4 della mattina. Un vagare selvatico di 25 chilometri. Una folla di tutte età, di tutte tendenze, idealmente disarmata, smarrito dalla sua propria potenza senza impiego. Che passa il ponte della Concorde, arriva sull'Assemblea nazionale prima degli sbirri, che ci sarebbe entrata se avesse avuto neanche un piede di porco. Che fu lì lì per forzare le porte del Senato. Passa davanti al Palazzo della Giustizia. Che risale verso Barbès e devasta tutto ciò che i viali di Sebastopol e Magenta —il famoso « spazio civilizzato del Magenta— racchiudono di banche, agenzie interim, di trattorie alla moda, al grido imperioso di « Paris, debout, réveille toi ! ». Poi che saluta le prostitute di Pigalle, sale verso il Sacré-Coeur - « Vive la Commune ! », sentiamoci nelle bocche prima di leggerlo, dipinto sui muri del ignobile edificio— va a finire, pure qua, ad entrarci per incendiarlo. Bel falò, quindi, davanti al Sacré Coeur. Un ultimo Mac-Do va in frantumi. E sul camino della permanenza di Pierre Lelouche, che finirà presto in briciole, questa signora cinquantenaria, appoggiata in camicetta al balcone, che a squarciagola canta « Les mauvais jours finiront »—Sono le tre della mattina. Abbiamo percorso questa notte, in una ricapitolazione malinconica, tutto quello che ci vorrà, per cominciare, bruciare.

Parigi, giugno 2006


(tradotto da A-a per gli altri)







Ultime communiqué
du comité d'occupation de la Sorbonne en exil


Les étudiants ont repris leurs études. Les facultés ont rouvert leurs portes et les professeurs leur claque-merde. Le cycle planétaire de la vie micro-dosée se terminera, comme prévu - comme toujours - en juin : les examens auront lieu puis on ira mériter ses vacances au soleil. Tout indiquerait un parfait retour à la normale s'il n'y avait de la part de tous un si notable empressement à le simuler. A faire comme si rien ne s'était passé, comme si une tout autre normalité ne s'était imposée pendant deux mois d'occupation. Une normalité où les amphis sont des dortoirs, où les voisins sont des camarades ou des ennemis, où la lutte rend les êtres désirables, et non plus seulement séduisants ainsi que le veut la séparation coutumière. A vrai dire, tout ce petit monde universitaire en fait un peu trop. Il y a une fébrilité, une exagération dans les expressions, une maladresse qui trahit le travail en cours : refouler l'évidence qu'il pourrait en être autrement, que la vie ne ressemble pas nécessairement à cette course de hamster en cage.


Et en effet, il n'y a pas de retour à la normale. Ce qu'il y a, c'est un processus de normalisation : une guerre à outrance contre la persistance de l'événement. Nous ne parlons pas de simples prises de conscience, de faits aussi communément admis, sur la fin du mouvement, que la fonction policière des syndicats, le nécessaire recours à la casse, la joie d'une vie passée à bloquer l'économie plutôt qu'à se laisser formater pour un jour la servir ou le retour du feu comme pratique politique élémentaire. Nous parlons d'amitiés. Toute amitié conserve une trace des conditions de sa naissance, du moment de la rencontre. Celles qui se sont nouées là garderont toujours une odeur de lacrymo, un petit éclat de voiture qui flambe, de vitrine qui tombe, une lointaine rumeur d'émeute ; qu'elles ramèneront.

Les syndicalistes, les gauchistes, les militants ont vécu un mouvement social. Un de plus.Les « mouvements sociaux », dans leur rituel cent fois répété et toujours défaits, sont une tolérance locale. Ils appartiennent au folklore de ce pays. « Pour notre honte », disent les uns, « pour notre gloire », pensent les autres. Dans tous les cas, ils font partie de la gestion démocratique à la française, dont ils sont le moment carnavalesque, après quoi tout rentre dans l'ordre. Les gouvernants peuvent bien jouer les monarques tant qu'ils laissent à la population le droit de mimer 1789.

Nous, nous avons vécu un événement. Un événement se reconnaît aux intensités qu'il produit - dépaver ensemble, à coups de grilles d'arbres, une place à touristes, coordonner une attaque au cocktail Molotov, discuter d'un texte jusqu'au petit matin -, non moins qu'aux failles qu'il dessine, aux possibles qu'il dévoile. Ce que nous voulons consigner ici, c'est ce qui a été acquis là d'irréversible, ce sur quoi aucune « fin de mouvement » ne peut revenir, ce qui fait des derniers mois non une parenthèse dans le cours régulé de la vie sociale, mais une seconde vague, après l'incendie de novembre, dans la douce montée d'une onde insurrectionnelle.

1.

Un slogan entendu à Rennes : « Nous ne sommes pas des pacifistes. Nous livrons la guerre au capitalisme ». Tout le cortège le reprend. Plus tard, des pacifistes défendent un rang de flics à coups de poings paradoxaux. Finalement, ils sont chassés de la manifestation. Une banderole : « Nous sommes tous des casseurs », votée par l'assemblée de Rennes 2, qui devient à Paris l'antienne d'une manif sauvage où locaux du PS, de Charlie Hebdo, banques et agences d'intérim sont équitablement fracassés.

2.

Il n'y a pas de question de la « violence », il n'y a qu'un parti pris dans une guerre déjà en cours, et la question, alors, des moyens adéquats à la victoire.

3.

Durant toute la durée du mouvement, on aura assisté à cette constante opération policière de distinguer entre bons manifestants et méchants casseurs. Au fil des semaines, à Paris, « casseur » aura d'abord voulu dire « anarcho-autonome s'affrontant avec la police devant la Sorbonne », puis « incontrôlé venu en découdre avec les forces de l'ordre place de la Nation » et finalement « jeune des cités, cogneur de manifestant, dépouilleur de portable place des Invalides ». Au terme de sa dérive sémantique, le « casseur » ne cassait plus rien, il lynchait des manifestants. Le terme apparaît alors pour ce qu'il est : un signifiant vide à l'usage exclusif de la police. La police a ce monopole : forger le profil de la menace.

En désignant comme un sujet étranger au mouvement ses éléments les plus décidés, il coupe le mouvement de lui-même et de sa propre puissance, il le rend étranger à sa propre potentialité offensive, à son sérieux. Le profil de la menace, de nos jours, c'est l'immigré-criminel, le « barbare des cités ». En alléguant ainsi que tout « étranger » est un subversif en puissance, ON veut d'abord insinuer qu'un bon Français n'a aucune raison de le devenir ; quand jamais, en réalité, n'ont été si nombreux ceux qui ne se sentent plus chez eux dans le funèbre décor de la métropole capitaliste.

4.

Bien entendu, scander « nous sommes tous des casseurs », ce n'est pas s'affirmer en tant que sujet « casseur », mais seulement déjouer l'opération policière en cours. Admettre la casse comme pratique politique, c'est manifester l'existence quotidienne des banques, des vitrines ou des magasins branchés comme moment d'une guerre silencieuse. C'est détruire en même temps qu'une chose, l'évidence attachée à son existence. C'est rompre, enfin, avec la gestion démocratique du conflit, qui s'accommode si bien de manifestations contre ceci ou contre cela, tant qu'aucune prise de position n'est suivie d'effets.

5.

Nous parlons d'opération policière. Distinguer, dans cette police, entre gendarmes, syndicalistes, journalistes, bureaucrates et politiciens est superflu tant leur collusion fut ici patente. Les clichés des journalistes ont servi les enquêtes de la police tandis que le service d'ordre de la CGT matraquait nos camarades et les livrait aux CRS, s'en flattant au passage dans les journaux du lendemain. Tous auront collaboré à cette oeuvre : faire consister la scission entre « casseurs » et « manifestants ». Et ils n'y seront vraiment parvenu qu'une fois, à Paris, le 23 mars. Partout ailleurs l'indistinction tant redoutée par le ministre de l'Intérieur - « s'il y avait connexion entre les étudiants et les banlieues, tout serait possible. Y compris une explosion généralisée et une fin de quinquennat épouvantable » - a fait des merveilles. Strasbourg, Nantes, Grenoble, Toulouse, Rennes, Lille, Drancy, Caen, Rouen, jamais, dans l'histoire récente de la France, les centre-ville n'auront connu de si régulières soirées d'émeutes.

6.

Le 21 mars, une manifestation étudiants-lycéens qui se termine au Luxembourg. A l'avant un groupe de 200 gars des cités, et tout au long du parcours un service d'ordre qui se resserre en cordon sanitaire dès que s'approche une bande. Finalement, les bureaucrates décident de détourner le cortège avant l'arrivée, laissant le groupe de tête entre les CRS et les équipes de civils. Deux jours plus tard, Invalides. Une manifestation plus blindée que jamais est prise pour cible de dépouille et de lynchage par ceux qui en avaient été si aimablement tenus à l'écart. Va comprendre !

7.

Deux façons de se mouvoir dans la rue, dans la rue devenue espace hostile, propriété des flics, des automobiles et des caméras : le cortège et la bande. Le cortège : on arrive individuellement, on se joint pour quelques heures à ses « camarades », on braille quelques slogans auxquels on ne parvient plus à croire, les jours d'enthousiasme on chante des chansons qui feraient froid dans le dos si elles voulaient encore dire quelque chose, comme L'Internationale. Une sono vient avantageusement couvrir le mutisme de l'assemblée, et le vide des relations. Manu Chao, Zebda, La Brigada, etc. Puis chacun regagne, individuellement, son chez-soi où il a tout loisir de n'en penser pas moins. Promenade digestive pour bétail syndiqué, défilé de solitudes garanties par un service d'ordre. La bande : on débarque ensemble. On a pris un peu de matos. On a une petite idée de ce que l'on est venu faire là. Se taper avec les flics, brûler Paris, libérer la Sorbonne, dépouiller des magasins, des portables, se faire des journalistes ou des manifestants. On se meut comme un seul homme, à cinquante. Si l'un court tout le monde court, si l'un tape tout le monde tape, si l'un se fait taper, pareil. Réflexes de horde. Jargon commun. Disposition à la bêtise, au suivisme, au lynchage. Extrême mobilité. Hostilité à l'inconnu, à l'immobile. Plusieurs fois, dans les dernières années, ces deux façons de se mouvoir se sont rencontrées à Paris. Le 8 mars 2005, notamment, puis aux Invalides. Chaque fois, la confrontation a tourné à l'avantage des bandes. Chaque fois, l'individu séparé des cortèges, avec sa liberté d'expression, son droit à être lui-même, à avoir son portable, son compte en banque et ses dreadlocks, s'en est tiré meurtri, traumatisé. Traumatisé par des gamins de quinze ans. Traumatisé par une cruelle alternative : s'organiser à son tour en bande ou bien finir sur le carreau. A moins de prendre son parti de cette vérité : l'individu libéral a la police pour condition. C'est cette évidence que l'ON a voulu dénier, après chacune de ces confrontations, par un brutal accès de mauvaise foi.

8.

La communauté ne s'éprouve jamais comme identité, mais comme pratique, comme pratique commune. L'identité revient au galop chaque fois que la pratique se retire. Là où l'on occupait, là où l'on cassait, là où l'on tagguait, là où l'on retournait les voitures, il n'a jamais été question de provenance sociologique, de lycéen de banlieues ou d'étudiant petit-bourgeois.

9.

Le CPE fut d'abord un prétexte. Prétexte à mobilisation pour les organisations syndicales, prétexte à blocage pour les étudiants, prétexte à rébellion pour beaucoup. Puis, devant la hogra gouvernementale, le CPE devint un point d'honneur. Si bien que son retrait n'a nulle part été vécu comme une victoire, mais comme le simple effacement d'une offense. L'affect dominant du mouvement, ce fut le sentiment qu'on se fout de votre gueule, le sentiment d'être floué. Affect réactif, modéré mais puissant. Et c'est en vertu de cette modération que le mouvement en est venu à des pratiques radicales, à des pratiques à hauteur de la guerre de l'époque : l'attaque de la police et le blocage de l'économie. Par là, il a rejoint les piqueteros argentins, les insurgés d'Algérie et les émeutiers de novembre.

10.

Le contenu d'une lutte réside dans les pratiques qu'elle adopte, non dans les finalités qu'elle proclame. Nous parlons ici de « prétexte » parce que lorsque nous chargions les CRS au cri de « retrait du CPE », nous aurions pu pousser n'importe quel autre cri de guerre pour nous donner du courage ; et que nous n'étions pas seuls à scander « CPE, on s'en fout, on veut pas bosser du tout » en envahissant les voies ferrées. Le contenu effectif du mouvement fut donc le blocage total de l'économie et l'attaque des forces de l'ordre, l'interruption de la circulation marchande et l'affranchissement du territoire de son occupation policière. Vouloir en tant que tels les moyens que l'on se donnait alors, c'était entrer dans le processus insurrectionnel. A quoi la forme « mouvement » ne convient pas. A quoi une certaine inconsistance étudiante ne prédispose guère. Qui suppose, surtout, l'âpre détermination à s'organiser matériellement.

11.

La lutte contre le CPE aurait été une lutte contre « la précarité ». C'est ce qu'en disent les syndicats : « la précarité », vocable confus et opportun, leur évoque on ne sait quelle déchéance biblique frappant le salariat, et dessine ainsi en creux leur propre attachement à l'ancien ordre du travail. C'est ce que disent les journaux, qui ne comprennent rien. Et c'est ce qu'en disent les récupérateurs négristes, qui y voient un nouveau pas vers l'inéluctable « revenu garanti », comique synthèse du socialisme et de la cybernétique. Les slogans du mouvement n'auront certes pas ajouté à la clarté du débat. Au réflexe débile qui consistait à déduire du « CPE, non, non, non » un « CDI, oui, oui, oui », c'est-à-dire à défendre le statu quo de l'exploitation au motif que celle-ci s'aggrave, le réflexe radical aura été d'opposer un « ni CPE, ni CDI ». D'avancer, contre le simple « refus de la précarité », le « refus du salariat ». Et l'on a bien vu flotter sur le Collège de France occupé une banderole disant « CPE ou CDI, c'est toujours le STO ». En réalité, ce qui se joue sous le terme-écran de « précarité », ce n'est pas une simple dégradation du salariat classique, mais la redéfinition même de ce qu'est le travail. Si travailler a longtemps voulu dire « faire ce que l'on vous dit de faire », travailler signifie désormais « être qui l'on vous dit d'être ». N'importe quel stagiaire sait les sourires qu'il doit feindre, le sabir managérial qu'il faut avaler, l'enthousiaste soumission qu'il doit afficher, c'est-à-dire le masque qu'il doit revêtir, pour se faire accepter du monde de l'entreprise. Il sait combien s'intégrer à la société veut seulement dire s'intégrer la société, et s'intégrer à l'entreprise, s'intégrer l'entreprise. Or la période d'essai de deux ans que prévoyait le CPE, c'est exactement le temps qu'il faut pour devenir le masque que l'on porte, pour s'incorporer, à force de mimer, la figure attendue. Si le salariat classique a été si peu critiqué, finalement, dans le mouvement anti-CPE, c'est que cette critique a déjà été largement faite, et en pratique, par le capitalisme. Tout ce management participatif, toutes ces « tâches enrichies », toute cette individualisation des horaires et des conditions de travail, toute cette rhétorique de la motivation sont déjà une réponse à la crise du salariat classique dans les années 70, quand tout une génération refusait massivement de travailler. Ce qui a été rejeté dans le CPE, ce n'est donc ni le salariat ni sa crise, mais la redéfinition du travail qui résulte de cette crise, c'est l'élément d'assujettissement du travail contemporain, ce par quoi il nous mobilise subjectivement, en vient à nous constituer un Moi socialement calibré. Le licenciement sans motif ne faisait que sanctionner ce nouveau régime où l'on vous vire pour ce que vous êtes et non pour ce que vous faites, pour l'écart par rapport à une norme de conduite et non pour l'infraction à une clause de contrat. Si bien que le slogan « CPE, non, non, non /CDI, oui, oui, oui » exprimait moins le désir servile d'être exploité huit heures par jour comme tout le monde que le refus de laisser le travail nous [former, de le laisser pénétrer de nouvelles épaisseurs de l'être. Si le travail n'est plus centralement l'échange contractuel d'une somme d'argent contre une portion de temps, mais cet usinage maniaque de subjectivités conformes en vertu de quoi un mannequin qui ne fait jamais rien ne cesse jamais de travailler, alors l'instrument de la grève générale peut être laissé au musée. Vient le temps de la grève humaine, où l'on commence par cesser d'être qui l'on doit être, où l'on se lie par-delà les identités et les codes existants, où l'on fait sauter tout l'univers du prévisible. Vient le temps où ce sont, pour comble, ceux qui ne travaillent pas qui inventent les nouvelles formes de la grève.

12.

Le blocage des universités n'a pas été seulement un moyen de perturbation, une prise de possession. Il a été un préalable, le moyen pour les bloqueurs de s'organiser, d'ouvrir la porte à de nouvelles situations. Bloquer la fac pour aller bloquer ailleurs. Rapidement, libérés des tracasseries universitaires, étudiants et lycéens ont propagé leur désir que tout s'arrête. Au lieu de supplier les centrales syndicales de déclarer la grève générale, ils ont propagé sur les rails, les routes, dans les bureaux et les centres commerciaux la grève humaine. Ce qui est vrai pour les facs est aussi vrai ailleurs : sur une rocade, quand des milliers de conducteurs s'arrêtent, éteignent leur moteur, osent enfin sortir de leurs véhicules, pour discuter autour d'un feu de palettes ; dans un centre de tri quand le blocage des camions permet l'émergence d'une parole commune, vite muselée par l'intervention du GIPN. Toute cette société fait songer au Surmâle de Jarry : c'est un cadavre dont on ne pourra constater la mort que lorsque l'on aura arrêté la machine. C'est pourquoi monte de chacun de ses rouages le désir que tout s'arrête, et c'est pourquoi ses gestionnaires ne reculeront devant rien pour la faire tourner toujours.

13.

Tant qu'existaient des organisations et un programme révolutionnaires, seule importait la finalité. Pour la révolution, tous les moyens étaient bons. Puis sont venus, avec la perte de toute perspective révolutionnaire, les mouvements sociaux ; où l'on s'agite et se congratule d'être « tous ensemble », sans plus savoir exactement à quelle fin. Et comme la fin fait défaut, les moyens eux-mêmes se mettent à flotter. On ne sait plus trop comment faire, on fait des expériences. On se tape un peu avec les flics, on manifeste un peu sauvagement, on s'amuse bien pendant l'occupation et puis quand tout retombe on retourne à ses études, à son destin individualisé et l'on s'est fait quelques potes. Les mouvements offrent ce confort de ne pas trop engager : ils ont un début, un apogée et un dénouement. Et quand le pouvoir sonne la fin de la récré, on n'a pas trop de scrupule à retourner dans le rang : on n'en était pas trop sorti. Nous, nous disons que là où nous éprouvons de la joie, là est notre destin ; que les fins sont immanentes aux moyens ; qu'il faut s'attacher aux pratiques qui nous comblent de joie comme à nous-mêmes. « Et l'instant où j'ai été moi-même est effectivement la vie, la vie elle-même, la vie complète. » Nous avons entrevu dans le blocage de l'économie et l'anéantissement de la police l'étincelle d'une vie historique à quoi rien ne nous fera renoncer, quoi qu'il advienne.

14.

Hannah Arendt notait en 1970, au sujet des agitations étudiantes de l'époque : « La stérilité théorique de ce mouvement et la pesante monotonie de ses analyses sont d'autant plus frappantes et regrettables que sa joie dans l'action fait plaisir à voir (…) Ce qui peut le plus fortement faire douter de ce mouvement, en Amérique et en Europe occidentale, c'est une sorte de curieux désespoir qui en paraît inséparable, comme si tous les participants étaient d'avance convaincus que leur mouvement sera écrasé. » Une revue - L'Antenne - commentait en 1987 le mouvement étudiant de 1986 dans ces termes : « Tout semble se passer comme si l'état de la société était devenu extrêmement favorable au surgissement de mouvements de rue qui sont exclusivement des mouvements "d'expression", comme on dit : soudains, spectaculaires, énormes et, surtout, sans lendemain. » Plus que d'autres, les mouvements étudiants semblent grevés de cette néfaste idée de mobilisation, qui contient comme son envers dépressif le nécessaire retour à la normale. En se mobilisant, c'est-à-dire en négligeant, dans la lutte, de nous organiser sur la base de nos besoins, qui ne sont pas seulement besoin de dormir et de manger, mais besoin de penser, d'aimer, de bâtir, d'étudier et de se reposer, d'être seul ou de faire bloc, en se mobilisant, c'est-à-dire en mettant entre parenthèses tout cela, en mettant entre parenthèses tout ce qui nous attache à la vie, en négligeant de s'en saisir collectivement, nous nous assurons que viendra le moment d'épuisement où chacun verra dans la fin de la mobilisation une heureuse retrouvaille avec les habitudes délaissées, avec les passions cruciales, le tout sous l'infect signe du privé. C'est au contraire par le souci de s'organiser sur la base de nos besoins que se construit, de crise en mouvement, le parti de l'insurrection.

15.

Dans un monde de flux, le parti de l'insurrection ne peut être que parti du blocage, du blocage physique de toute la circulation marchande, mais parce que ce monde de flux est lui-même le monde de l'absolue séparation, le parti de l'insurrection doit aussi être parti de la communisation, parti de la mise en commun. Tôt ou tard, il nous faudra bien bloquer Rungis, mais nous ne pourrons bloquer Rungis qu'à condition d'avoir dans le même temps résolu à l'échelle locale la question du ravitaillement, d'avoir établi les solidarités nécessaires. S'il ne s'était agi que de contester le CPE, l'assemblée souveraine aurait pu passer pour une forme d'organisation convenable. Mais si c'est un monde à l'agonie qu'il s'agit d'abattre, la forme élémentaire de l'auto-organisation est la commune. La commune en tant que niveau où l'organisation du blocage et celle de la vie partagée se rejoignent. Où l'on peut tout bloquer parce que l'on ne dépend plus de la circulation générale, où l'on ne dépend plus de la circulation générale parce que l'on s'est organisé pour tout bloquer. Il pourrait apparaître, dans le cours de cette reprise du territoire, que la métropole contemporaine, entièrement structurée par les flux, n'est compatible avec aucune forme d'auto-organisation, et qu'elle doit donc être détruite de part en part. L'expérience du processus insurrectionnel argentin de 2001, borné par l'extrême dépendance, notamment alimentaire, de Buenos-Aires, en porte témoignage.

16.

Partout en France, dans le sillage du mouvement, des bandes se sont formées, des maisons ont été squattées, des noyaux se sont constitués. Ils ne sont pas le fait d'anciens combattants, mais de ceux pour qui la lutte n'a pas été moyen d'une fin
le retrait du CPE, mais moyen pur, forme désirable de la vie. De ceux qui ont éprouvé la seule communauté accessible, peut-être, dans la métropole : celle que fonde la lutte pour sa destruction. D'année en année, de mouvement lycéen en vagues d'incendies nocturnes, nous voyons imploser ce qu'il reste de cette société et, dans le même mouvement, s'agréger un substrat toujours plus vaste, toujours plus dense de déserteurs. La question est : comment la désertion devient conspiration ? Comment des bandes deviennent une force ? Quel type de force peut opérer le passage d'une situation de crise, de mouvement, à une situation insurrectionnelle ? Ceux qui douteraient de notre capacité à intervenir d'une façon historiquement décisive feraient bien de se rappeler comment dans les villes les plus remuantes - Rennes, Rouen, Caen, Grenoble, Nantes, Strasbourg - un nombre infime de subversifs organisés a suffi à changer du tout au tout la texture locale du mouvement.

17.

L'évanouissement éclair du mouvement s'explique aisément. Refusant d'identifier les syndicats, les médias, l'administration, les anti-bloqueurs comme des ennemis, et refusant de les traiter comme tels, le mouvement les a laissés en devenir une composante. Il a fait des AG avec eux, il les a parfois hués, mais il n'a jamais lutté contre eux, se figurant comme consensus de la société civile contre le gouvernement. C'était une question de démocratie. Si bien que lorsque tout ce beau monde a déclaré d'une seule voix la victoire et l'enterrement du mouvement, le vide s'est fait autour de nous : nous n'étions plus qu'une poignée d'irréductibles à découvert.

18.

A l'évanouissement du mouvement, après l'annonce du retrait du CPE, ont répondu deux réflexes caractéristiques : le réflexe militant et le réflexe activiste. D'un côté les croque-morts du mouvement appelaient à se remobiliser, sans trop y croire eux-mêmes, et tentaient, au travers d'un quelconque « collectif de convergence des luttes » ou de « lutte contre la répression » de recruter un peu de la chair fraîchement politisée. C'est le même réflexe qui préside maintenant aux divers rassemblements de dépressifs d'obédience trotskyste, anarchiste ou autonome qui essaient de donner un avenir à un mouvement qui se sera bien passé d'eux tant qu'il était vivant. De l'autre on voit gigoter tout un ensemble de groupes d'actions qui rêvent de reproduire ce qu'ils ont vu ailleurs et qu'il faudrait déjà dépasser, qui mettront quelques semaines ou quelques mois encore à épuiser, à force de volontarisme, ce qu'ils conservent de l'esprit du mouvement. Les uns bavardent, mais les autres travaillent.

19.

Le mouvement n'a cessé de trébucher sur deux questions qui, pour finir, lui donnèrent le coup de grâce : la démocratie et l'assemblée générale. Alors qu'il n'avait fallu que quelques dizaines d'énervés, au début du mouvement, pour bloquer un amphi, un bâtiment, une fac, ce furent lors des votes de déblocage 500, 1000, 2000 personnes qui durent s'effacer devant la « souveraineté » de l'assemblée générale. Bien souvent, c'est là, face à toute l'absurdité du jeu démocratique, que se sera dévoilée la nature de l'affrontement recouvert par la question du blocage. Entre bloqueurs et anti-bloqueurs, après le vote, on en sera enfin venu aux mains.

20.

L'assemblée, comme pratique, nous remonte d'époques où la vie, et donc la parole, étaient chargées de communauté. Communauté ouvrière ou paysanne, guerrière ou populaire, guayaki ou hassidique. Il y a toujours eu une théâtralité, une grégarité, un panoptisme, des enjeux de mainmise, de contrôle, d'hégémonie, dans les assemblées. Il n'y a plus maintenant que cela. C'est pourquoi elles sont fuies. C'est pourquoi, là où n'a pu naître une assez large communauté de lutte, les AG se tenaient sans rapport avec ce qui se passait dans la rue. Inadéquate à la pensée libre comme à l'organisation de l'action, ignorante de l'amitié, l'assemblée est une forme vide, un simulacre bon à tout, et à rien. Devant cette évidence, des camarades ont appelé, dans le cours du mouvement, à les déserter pour former des bandes. Ils ont opposé assemblée et communauté. C'est une erreur. On n'appelle pas à la communauté ; elle survient, comme une bande se forme, sans décision préalable. Si la parole tourne à vide dans les assemblées générales, ce n'est pas à cause des tours de parole, des tribunes, des bureaucrates, c'est à cause de ce qui rend les tours de paroles, les tribunes et les bureaucrates possibles : l'absence de toute communauté entre les êtres.

21.

Nous avions dit que nous reviendrions. Nous sommes revenus. Sur la Sorbonne brièvement réoccupée, une banderole claquait au vent. On y lisait, dans ce soir d'orage : « Les mouvements sont faits pour mourir. Vive l'insurrection ! ».

22.

Vendredi 31 mars. Allocution sénile de Chirac. Des rassemblements spontanés en plusieurs points de Paris. Qui se cherchent, se trouvent, convergent sur l'Elysée, refluent, obliquent, pour éviter la gendarmerie mobile. 3000 personnes de 8 heures du soir à 4 heures du matin. Une errance sauvage de 25 kilomètres. Foule de tous âges, de toutes tendances, idéalement désarmée, désemparée par sa propre puissance sans emploi. Qui passe le pont de la Concorde, arrive sur l'Assemblée Nationale avant les flics, qui y serait entrée si elle avait eu ne fût-ce qu'un pied-de-biche. Qui faillit forcer les portes du Sénat. Passe devant le Palais de Justice. Qui remonte vers Barbès et ravage tout ce que les boulevards de Sébastopol et du Magenta - le fameux « espace civilisé » du Magenta - recèlent de banques, d'agences d'intérim, de brasseries branchées, au cri impérieux de « Paris, debout, réveille-toi ! ». Puis qui salue les prostituées de Pigalle, monte vers le Sacré-Coeur - « Vive la Commune ! », entend-on dans les bouches avant de le lire, taggué sur l'ignoble édifice -, échoue, là aussi, à y entrer pour l'incendier. Feu de joie, donc, devant le Sacré-Coeur. Un dernier Mac Do vole en éclat. Et sur le chemin de la permanence de Pierre Lellouche, qui partira bientôt en miettes, cette dame d'une cinquantaine d'année accoudée en nuisette à son balcon, qui passe à tue-tête « Les mauvais jours finiront » - il est trois heures du matin. Nous avons parcouru ce soir-là, dans une récapitulation mélancolique, tout ce qu'il nous faudra, pour commencer, brûler.


Paris, juin 2006